Università: primi per nepotismo, il record degli atenei italiani, in cattedra’ a Medicina e Chimica

In calo il nepotismo negli atenei italiani, “anche per effetto della riforma del 2010”. Ma il fenomeno ancora resiste e “sembra concentrarsi in alcune discipline, come Medicina e Chimica, e in alcune regioni, come Sicilia, Puglia e Campania, con pochi dipartimenti che vi contribuiscono in maniera significativa”. È questa la fotografia scattata dalla ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti.

I risultati includono l’analisi dell’immigrazione nelle discipline scientifiche negli Stati Uniti – meglio nota in Italia come ‘fuga dei cervelli’ – della presenza di coppie sposate che lavorano nello stesso dipartimento in Francia, e della diffusione di assunzioni nepotistiche nelle università italiane. “Questo studio sfrutta tecniche elementari – sottolinea Allesina, professore nel dipartimento di Ecology & Evolution, dove Grilli è Postdoctoral Scholar – Volevamo analizzare il più semplice tipo di dati possibile: una lista di nomi di professori. Che tipo di informazioni possiamo ricavare da dati così semplici? Può una lista di nomi aiutarci a individuare problemi in un sistema accademico?”. Per lo studio, pubblicato su ‘Pnas’, Allesina e Grilli hanno raccolto i nomi dei professori italiani nel 2000, 2005, 2010 e 2015, dei ricercatori al Centre National de la Recherche Scientifique in Francia e, infine, dei professori che lavorano nelle più importanti università pubbliche negli Stati Uniti.

Grilli e Allesina hanno contato il numero di ricercatori con lo stesso cognome in ogni dipartimento e lo hanno confrontato con quello che ci si aspetterebbe se le assunzioni fossero casuali, tendo conto di differenti ipotesi. Per esempio, l’abbondanza di ricercatori con lo stesso cognome nello stesso dipartimento potrebbe essere dovuta ad effetti geografici (alcuni cognomi sono tipici di una certa regione), o ad una immigrazione specifica (molti ricercatori in informatica negli Stati Uniti provengono dall’Asia). Se però non può essere spiegata da questi fattori, allora potrebbe essere dovuta a professori che fanno assumere parenti stretti. Allesina non è nuovo a questo tipo di lavoro: nel 2011 aveva pubblicato uno studio sul nepotismo accademico, in cui aveva dimostrato che alcune discipline nelle università italiane (Legge, Medicina, Ingegneria) mostravano una grave scarsità di cognomi diversi.

Lo studio aveva causato “un certo scalpore in Italia – ricorda lo stesso Allesina – anche perché la pubblicazione era avvenuta immediatamente dopo la riforma Gelmini”. Approvata nel 2010, la riforma contiene una norma che proibisce l’assunzione di parenti all’interno di ogni dipartimento. Lo spirito di questa norma “era contrastare le assunzioni di parenti all’interno delle università. La percezione diffusa nell’opinione pubblica – continua il ricercatore – era che promozioni e assunzioni fossero assicurate da contatti personali, piuttosto che dal merito, allontanando studenti meritevoli dalla carriera accademica”. Grilli e Allesina ora hanno analizzato l’impatto della legge: i risultati mostrano che il nepotismo è calato dal 2000 al 2015. Nel 2000, infatti, sette facoltà su 14 mostravano segni di nepotismo; nel 2015 questo numero si è ridotto a due: Chimica e Medicina.

La legge del 2010, dicono i due ricercatori, non è l’unico fattore che ha portato a questo risultato. Il calo era in parte visibile precedentemente, dovuto anche a professori andati in pensione e mai rimpiazzati. L’università italiana è stata “sostanzialmente macellata negli ultimi dieci anni – dice Grilli – con un 10% dei posti persi complessivamente, e con alcune discipline e dipartimenti in cui il personale è stato ridotto anche del 30%”.

Il nepotismo “segnala un problema più generale nel reclutamento – aggiunge Allesina – se un professore può mettere in cattedra il figlio, allora potrà mettere in cattedra chiunque. Lo studio del nepotismo è come il proverbiale canarino nella miniera: risolvere il problema del reclutamento proibendo l’assunzione di parenti è come risolvere il problema delle fughe di gas nella miniera uccidendo il canarino”.

Il lavoro mostra inoltre l’impatto fortissimo dell’immigrazione sul sistema statunitense: più della metà dei 5,2 milioni di scienziati e ingegneri nati all’estero è di origine asiatica e “alcuni cognomi sono associati a specifiche discipline”, dice Grilli. Zhang, per esempio, è il cognome più diffuso tra i chimici e i matematici. E’ il terzo più comune in agricoltura, geologia e fisica, ma solo il 115.esimo nelle scienze umane. Smith (il cognome più diffuso negli Stati Uniti), è tra i primi tre nelle scienze umane e sociologia, ma il ventesimo in chimica e il 47.esimo in geologia.

“A volte l’analisi di dati così semplici riserva delle sorprese”, dice Allesina. Ripetere l’indagine usando i nomi di battesimo mostra come nelle discipline dove ci sono poche donne, ci sono molti nomi ripetuti. “La sottorappresentazione delle donne nelle discipline scientifiche è ben nota anche a livello internazionale. Ma i nomi di battesimo possono fluttuare di anno in anno – aggiunge Grilli – per esempio, il nome Francesco, che è il più popolare tra i nuovi nati, è cresciuto del 40% dopo l’elezione del Papa”.

Quanto ad Allesina, docente del Department of Ecology & Evolution all’ateneo di Chicago, non si dice pentito della sua ‘scelta americana’. “Riguardo alla mia situazione sono ancora felice della mia scelta. Da quando i bimbi hanno cominciato ad andare a scuola, abbiamo smesso di pensare alle opportunità in Europa; in Italia ce ne sono sempre state poche. Vista da qui – confida – la situazione accademica italiana sembra essere dominata dal dibattito sulla valutazione dei professori e degli atenei. Misurare la qualità è sempre difficile, e francamente dubito che questo esercizio sortirà gli effetti sperati”. “La famiglia è la croce e delizia della società italiana – conclude Allesina – il sistema universitario riflette questa situazione”.

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