Talco cancerogeno? Nessuna prova scientifica sulla tossicità

Per i ginecologi e gli esperti di neoplasie, non ci sono prove certe a dimostrazione della responsabilità del talco nello sviluppo di neoplasie, contrariamente alla sentenza milionaria americana. La notizia della sentenza con cui un tribunale americano ha condannato una delle più note aziende di prodotti di igiene la Johnson & Johnson a pagare un risarcimento di ben 417 milioni di dollari alla famiglia di Eva Echeverria, morta di tumore ovarico, ha suscitato preoccupazione in tutto il mondo. Secondo la giuria, l’azienda è responsabile di non aver adeguatamente informato i consumatori sul fatto che l’uso prolungato di prodotti per l’igiene a base di talco (in particolare se usato a livello inguinale o, come si faceva fino a qualche anno fa, per mantenere asciutti i diaframmi contraccettivi in lattice di gomma) comporterebbe un aumento del rischio di tumore dell’ovaio. Ma è vero?

Innanzitutto è bene sgomberare il campo da un equivoco comune: negli Stati Uniti, come anche in Italia, una sentenza può non essere determinata da ciò che la scienza ha o non ha dimostrato. Il giudice (e, nel caso degli Stati Uniti, anche la giuria popolare) possono basare il giudizio su altri tipi di valutazione. Nello scontro tra le posizioni degli avvocati delle due parti, in questo caso specifico, la giuria popolare ha dato maggiore peso alla tesi dell’accusa, per cui sarebbe stato necessario quantomeno riportare un avvertimento cautelativo in etichetta, rispetto alla tesi della difesa, per cui non esistono solide dimostrazioni scientifiche della tossicità del talco.

Nessuna prova scientifica sulla tossicità – Secondo gli esperti dell’Airc – Associazione per la Ricerca sul Cancro e della SIGO – Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, non sono mai stati identificati o ipotizzati meccanismi biologici per cui i prodotti a base di talco possono causare tumore all’ovaio che, è bene precisarlo, è una neoplasia per fortuna piuttosto rara e legata quasi esclusivamente all’ereditarietà. Una donna, in altre parole, può essere portatrice di un gene che causa l’insorgenza della malattia. Inoltre, un ampio studio americano pubblicato nel 2000, che aveva reclutato 80.000 donne, non aveva rilevato alcuna correlazione tra uso del talco e neoplasia ovarica. Nel 2007 un confronto di nove ricerche osservazionali su donne che avevano usato il talco per conservare i diaframmi non ha appurato alcun legame tra il prodotto e la malattia. È vero che, fino agli anni Cinquanta, per la produzione di alcuni tipi di talco veniva utilizzato l’absesto, una sostanza in effetti tossica, ma questa è stata eliminata dalla produzione già da diversi decenni e, comunque, non è stata mai messa in relazione con la forma più diffusa del tumore ovarico, che ha una causa genetica e ambientale. Infine, l’International Agency for Research on Cancer – IARC – dell’Organizzazione mondiale della sanità di recente ha definito il talco non contaminato da asbesto e quindi non classificabile tra i carcinogenesi umani. Insomma, il talco si riconferma un prodotto sicuro.

Gli studi – Più in dettaglio, i risultati di 16 studi che avevano coinvolto complessivamente 12.000 donne segnalavano (in una metanalisi pubblicata nel 2003) un aumento del rischio di cancro ovarico di circa un terzo associato all’uso del talco. Una revisione del 2013 sugli studi americani (con circa 18.000 donne coinvolte tra casi e controlli) ha rilevato un aumento analogo associato all’uso del talco per l’igiene intima, ma non all’uso su altre parti del corpo. Entrambi questi studi sono di tipo caso-controllo, basati su ciò che le donne ricordano delle loro abitudini degli anni precedenti, e per questo, come detto, non sempre sono sufficienti a chiarire i fatti.

Un altro ampio studio americano pubblicato nel 2000 – che coinvolgeva circa 80.000 donne e costituiva un ramo di un notissimo studio epidemiologico sulle infermiere americane – non ha rilevato alcuna correlazione, se non un debole legame con un tumore molto particolare, il tumore ovarico sieroso, che potrebbe anche essere frutto del caso o della contaminazione da asbesto, un problema non più presente al giorno d’oggi. Anche uno studio australiano del 2008 ha osservato un debole legame con questo specifico tipo di tumore. Nel 2007 una metanalisi di nove studi osservazionali che hanno studiato donne che hanno usato i diaframmi contraccettivi tradizionalmente conservati nel talco non ha osservato alcun legame: questo dato è considerato particolarmente rassicurante, dato che un’esposizione così ravvicinata alla sede di sviluppo della malattia dovrebbe avere un effetto più significativo e visibile.

Nel complesso gli esperti sottolineano che anche un eventuale aumento di rischio di un terzo – il valore massimo osservato da alcuni studi – rimane di entità modesta in assoluto, perché il tumore dell’ovaio è già di per sé poco frequente. Molti cittadini si stanno rivolgendo ai giudici dopo aver utilizzato per anni sulla cute dei propri figli il borotalco, allo scopo di impedire le screpolature e rinfrescare la biancheria intima prima di fargliela indossare. Il sospetto è che il prodotto – un minerale naturale composto da magnesio, silicone, ossigeno e idrogeno – possa raggiungere l’ovaio attraverso i genitali esterni e determinare uno stato di costante infiammazione. Ma al momento la comunità scientifica non sembra essere convinta dell’esistenza di questa correlazione.

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