OGM: Sentenza della Corte di Giustizia europea fa riferimento a un quadro giuridico superato

La sentenza della Corte di Giustizia europea sugli OGM fa riferimento a un quadro giuridico ormai superato. Così Greenpeace commenta la sentenza emessa oggi. Dalla fine del 2015, con le modifiche alla Direttiva europea che regola gli OGM, l’Italia fa parte ufficialmente della maggioranza dei Paesi UE che ha vietato la coltivazione di mais OGM sul territorio nazionale.

“Applicare il principio di precauzione è quanto ci si aspetta da governanti responsabili, e per questo è da lodare il decreto interministeriale italiano che, basandosi appunto su questo principio, vietò il rilascio in ambiente di mais OGM MON810, prevenendo così la contaminazione certa di ambiente e coltivazioni convenzionali e biologiche” commenta Federica Ferrario, responsabile agricoltura sostenibile Greenpeace Italia. “Il principio di precauzione è uno dei cardini dell’Unione europea. Ha come scopo quello di garantire un alto livello di protezione dell’ambiente grazie a delle prese di posizione preventive in caso di rischio. Non di danno conclamato, ma appunto di rischio. Per questo ci viene invidiato in tutto il mondo”.

Le tossine Bt prodotte dal mais OGM sono potenzialmente in grado di danneggiare non solo i parassiti del mais, ma anche altri insetti non bersaglio, tra cui farfalle, coccinelle e, se i residui raggiungono corsi d’acqua, anche organismi acquatici. Nei Paesi in cui delle piante Bt vengono coltivate, i parassiti diventano a loro volta resistenti alle tossine Bt, con conseguenti “perdite economiche sostanziali per gli agricoltori”, secondo un’analisi delle coltivazioni di OGM pubblicata dall’Accademia nazionale statunitense delle Scienze.

La sentenza della Corte di giustizia europea risponde a questioni pregiudiziali che riguardano un procedimento antecedente al nuovo quadro normativo comunitario in materia di coltivazione di Ogm. In seguito alla Direttiva Ue 2015/412 e alla successiva decisione di esecuzione del 3 marzo 2016, in Italia, così come in altri 21 Stati membri dell’Unione, è vietata la coltivazione di mais geneticamente modificato MON 810. Così la Cia-Agricoltori Italiani sulla sentenza emessa dalla Corte sul caso dell’agricoltore Giorgio Fidenato del 2014.

In più, la Corte di giustizia Ue sottolinea che gli Stati membri non possono adottare misure di emergenza provvisorie sulla base del solo fondamento del principio di precauzione, senza che i rischi sulla salute siano manifesti alla luce di un parere dell’Autorità scientifica. Una novità all’interno del dibattito sulla coltivazione di Ogm -evidenzia il presidente nazionale della Cia, Dino Scanavino- che, in futuro, non si esclude possa essere estesa ad altre realtà produttive al centro, oggi, del dibattito politico sui rischi per la salute umana e ambientale. Del resto, non si può ignorare la posizione di importatore netto che l’Italia ha rispetto ad alcune produzioni che, nel resto del mondo, possono essere coltivate come Ogm. È il caso ad esempio della soia che importiamo per l’alimentazione animale e che, per l’85% della produzione mondiale, è geneticamente modificata.

Tutto ciò apre degli interrogativi -osserva Scanavino- e rende urgente l’apertura di un dibattito costruttivo sul futuro di alcune produzioni agricole. Sminuire la sentenza della Corte europea e analizzarne i contenuti solo rispetto agli Ogm, vorrebbe dire continuare a concentrare l’attenzione politica su una tecnologia sempre più datata e, al tempo stesso, sottovalutare la spinta evolutiva della ricerca in agricoltura che sta aprendo a nuove frontiere sempre più sostenibili dal punto di vista ambientale e della sicurezza alimentare come, per esempio, la cisgenetica. È in questa direzione che si devono concentrare gli investimenti se si vogliono dare risposte efficaci ad agricoltori e consumatori.

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