Hiv, 120mila infetti inconsapevoli in Europa

In Europa sono in aumento i decessi per overdose e si temono nuovi casi di infezione da Hiv dovuti a siringhe infette. “L’infezione da Hiv non si è fermata e non è in declino”. E’ con questo monito che si è aperta oggi a Milano la 16esima European Aids Conference promossa dall’Eacs (European Aids Clinical Society).

L’evento, che ha richiamato nel capoluogo lombardo oltre 3 mila delegati da tutto il mondo, sarà occasione per fare il punto su nuove cure e nuovi rischi e aprire una riflessione sulla situazione dei contagi nel Vecchio Continente. Se da un lato sembra infatti che la diffusione dell’Hiv nei Paesi Ue sia rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi 10 anni – con 29.747 nuovi casi nel 2015, cioè 6,3 persone su 100 mila rispetto alle 6,6 del 2006 – dall’altro l’European Center for Disease Prevention and Control (Ecdc) ha stimato che sfuggono alle statistiche ufficiali 122 mila persone (il 15% sul totale in questa regione). Persone che convivono con l’Hiv senza saperlo.

C’è poi il dato sul ritardo con cui si arriva alla diagnosi: occorrono in media quasi 4 anni (3,8) prima che un nuovo contagio da Hiv sia diagnosticato. Un numero che, fanno notare gli esperti, suggerisce l’esistenza di persistenti problemi di accesso ai test per l’Hiv in molti Paesi. Tanto che dal palco milanese della Conferenza arriva un appello per abbattere le barriere che ne ostacolano l’utilizzo.

“I risultati del monitoraggio biennale della ‘Dublin Declaration on Partnership to Fight Hiv/Aids in Europe and Central Asia’ dimostrano che in genere, rispetto ad altre regioni, nella Ue-See (Spazio economico europeo) il trattamento dell’Hiv inizia prima e un maggior numero di persone riceve una terapia salvavita – spiega Fiona Mulcahy, presidente di Eacs -. Se rimane vero che una persona con Hiv su 6 non è in trattamento, è altrettanto vero che 9 su 10 di coloro che accedono alle cure raggiungono di fatto la soppressione virologica. Significa che il virus non è neppure identificabile nel loro sangue e che quindi non possono contagiare nessuno. Questo da un lato dimostra quanto siano efficaci i nuovi trattamenti, ma dall’altro quanto sia importante nell’ambito di questa Conferenza lanciare un appello a favore della diagnosi precoce per favorire l’accesso rapido ai test per l’Hiv”.

Il tema della criminalizzazione – osservano gli esperti – gioca un ruolo importante nel minare gli sforzi di prevenzione e diffusione del test, così come la presenza di leggi e politiche non favorevoli limita l’accesso e la diffusione dei servizi di prevenzione tra le popolazioni target, quali carcerati, sex worker, migranti legali o meno, persone che usano droghe iniettabili, omosessuali. Il Brief dell’Ecdc del maggio 2017 – ricordano gli specialisti – evidenzia la necessità di ridurre le barriere di accesso per tutte queste categorie, se l’obiettivo è il raggiungimento di un maggiore livello di salute pubblica tramite la riduzione della trasmissione dell’Hiv. “Focalizzare campagne di prevenzione sulle popolazioni che sostengono il contagio è cruciale”, conclude l’epidemiologa clinica Sheena Mc Cormak.

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