Oltre 5 medicinali al giorno per gli over 65, rischio interazioni dannose

Troppi farmaci per gli over 65, sono 5 milioni di anziani ogni anno vengono ricoverati per diverse patologie, e ogni volta che lasciano l’ospedale si ritrovano con due nuove prescrizioni di farmaci che si aggiungono a quelli che già assumono. Con il risultato che si passa da una media di cinque a ben sette medicinali da prendere ogni giorno. L’allarme arriva dagli esperti riuniti per il Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Interna, Simi, a Roma dal 27 al 29 ottobre e che da quella sede lanciano un innovativo progetto per tagliare i farmaci inutili in collaborazione con l’Istituto Mario Negri, Policlinico di Milano e il Policlinico di Bari.

Già, perché ormai gli esperti sono d’accordo sul fatto che un limite al numero di farmaci che una persona può prendere vada in qualche modo messo, altrimenti da salutari i medicinali diventano tossici. “Ogni persona va valutata per la sua storia e quindi non è possibile indicare un numero massimo di farmaci da prendere. Diciamo però che se si prendono più di 5 medicinali al giorno è lecito andare dal medico per chiedere se sono davvero tutti utili” spiega Graziano Onder, geriatra dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, che ha partecipato al tavolo di lavoro Aifa sulla qualità della prescrizione negli anziani che ha scattato la fotografia della situazione in Italia.

La polifarmacia. Così si chiama in gergo il fenomeno per cui si prescrivono tanti principi attivi contemporaneamente – infatti può fare male: è associata con un numero maggiore di eventi avversi, si possono sviluppare interazioni negative fra le medicine, è più facile non riuscire a seguire lo schema terapeutico e dimenticarsi qualche pillola. Per non parlare del fatto che è molto dispendiosa, sia per il Sistema sanitario sia per i pazienti. “I dati che abbiamo raccolto, infatti, non prendono in considerazione i farmaci da banco che i cittadini acquistano in maniera indipendente e che contribuiscono ad aumentare il carico farmacologico”, sottolinea ancora Onder.

Ma quali sono le associazioni più a rischio? “In linea teorica non bisognerebbe usare un beta-bloccante nei diabetici, perché il primo maschera i sintomi dell’ipoglicemia e il paziente non riesce a intervenire in fretta per porvi rimedio, ma nella pratica vediamo che molti medici lo fanno: l’importante è che siano consapevoli del rischio e che insegnino al malato come gestirlo”, spiega Elisabetta Poluzzi, del dipartimento di scienze mediche e chirurgiche dell’università di Bologna. Un pericolo è poi quello degli antinfiammatori, che dovrebbero essere usati con molta cautela da chi è in cura con farmaci per la pressione o con anticoagulanti, perché aumentano il rischio di ipertensione e di emorragie. “Purtroppo – aggiunge Poluzzi – si tratta di farmaci che si possono comprare senza ricetta e che il paziente tiene in casa come scorte”.

Un circolo vizioso. In alcuni casi a porre il problema è la cosiddetta “prescrizione a cascata”: il paziente prende farmaci che gli causano effetti collaterali, per curare i quali gli vengono prescritte altre medicine. E così si instaura un circolo vizioso che non può che peggiorare. Facciamo un esempio: Filippo ha dei problemi comportamentali tipici dell’avanzare dell’età, come aggressività e deliri, e per questo gli viene dato un antipsicotico che però gli provoca dei tremori. Questo effetto collaterale viene scambiato per un parkinsonismo e quindi gli viene prescritto anche un farmaco anti-Parkinson. Che peraltro a sua volta può provocare disturbi del comportamento. Di fronte a questo fenomeno la parola d’ordine che si sta affermando in tutto il mondo è “deprescrivere”, soprattutto negli anziani. Numerose ricerche hanno infatti dimostrato che eliminare farmaci non produce effetti negativi, anzi. Lo dimostra anche un progetto della regione Emilia Romagna che ha coinvolto molte delle strutture residenziali per anziani e ha dimostrato che si può diminuire il numero di medicinali somministrati, senza per questo peggiorare la salute di alcun paziente. “Stiamo adesso lavorando a un’estensione del progetto che prevede l’uso di un software che segnala l’interazione negativa di alcuni farmaci o la eccessiva prescrizione”, spiega Poluzzi che è coordinatrice scientifica del progetto insieme alla azienda Usl di Modena. Anche se spesso “gli specialisti seguono le linee guida che indicano in maniera precisa quali medicinali vanno presi per le specifiche malattie conclude Onder – ma sono norme che valgono quando si ha una sola patologia. Gli anziani hanno quasi sempre una situazione complessa in cui non è possibile agire secondo regole standard. Bisogna capire chi abbiamo davanti, quali sono le sue esigenze e le sue priorità”.

Proprio dai dati di uno studio dell’Istituto Mario Negri viene fuori che grazie all’uso del software INTERcheck, la probabilità di essere esposti a farmaci potenzialmente inappropriati passa dal 42 al 12%, mentre il rischio di interazioni scende dal 59 al 33%. Un ausilio, questo, importante per medici e pazienti poichè inserendo nel sistema i medicinali assunti e portati con sè dai pazienti, indica immediatamente se vi sia la possibilità di interazioni e segnala le possibili prescrizioni inutili, oltre ad abbattere i costi che oggi sfiorano i 16 miliardi. Insomma, il 25% dei farmaci sarebbe evitabile, così come il 55% dei ricoveri – dicono dalla Simi – migliorando l’appropriatezza nelle prescrizioni. Ecco perchè nasce il Progetto De-prescribing che ha l’obiettivo di ridurre e sospendere le ‘pillole inutili’ e che coinvolgerà oltre 300 tra medici di medicina generale, internisti e geriatri ospedalieri.

“Il ricovero è un momento cardine ma oggi, anziché essere l’occasione per una revisione critica delle terapie è purtroppo una circostanza in cui il carico di farmaci aumenta”, osserva Franco Perticone, presidente Simi. Alessandro Nobili dell’Istituto Negri rincara la dose: “Stiamo cercando di individuare i metodi più efficaci per interrompere la ‘cascata prescrittiva’ di cui sono vittime gli anziani, anche perché al crescere del numero di farmaci diminuisce fino al 70% l’aderenza alle cure con conseguenze molto negative per la salute dei pazienti”.

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