Osteoporosi, ecco come fare un ‘autodiagnosi’ per scoprire il rischio di frattura da fragilità ossea

L’osteoporosi interessa circa cinque milioni di persone in Italia, nell’80% dei casi si tratta di donne in menopausa. Oggi 20 ottobre si celebra la Giornata mondiale dell’osteoporosi, promossa dall’International Osteoporosis Foundation-IofAma. L’osteoporosi colpisce soprattutto le vertebre, i polsi e i femori.

L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da un progressivo indebolimento dello scheletro, che diventa fragile e tende a fratturarsi per traumi il più delle volte banali o, in alcuni casi, addirittura anche in loro assenza. Questo avviene perché l’osso va incontro ad una diminuzione della densità e ad un deterioramento progressivo della propria struttura (microarchitettura), anche a causa dell’invecchiamento.

Nel 2011, si sono avuti in Italia più di 100.000 ricoveri per fratture femorali; di queste il 72% si è verificato nelle donne ed il 28% negli uomini2. Il costo delle ospedalizzazioni per il SSN è di oltre 1.3 miliardi di Euro all’anno3.

Un numero così elevato di fratture di femore può essere considerato alla pari di una vera e propria pandemia che, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, è destinata ad aumentare sempre di più nei prossimi anni. Infatti, stando alle ultime stime, sembra che nei prossimi 40 anni, in assenza d’interventi terapeutici mirati alla popolazione a rischio, si assisterà ad un raddoppio dell’incidenza delle fratture da fragilità ossea.

Sul sito www.stopallefratture.it è disponibile l’autovalutazione amica dello scheletro. E’ uno strumento di ‘autodiagnosi’ rivisto alla luce della nuova Nota 79 dell’Agenzia italiana del farmaco-Aifa, che stabilisce i criteri di appropriatezza dei trattamenti anti-osteoporosi in base al rapporto costi-benefici, tenendo conto di fattori di rischio aggiuntivi come fratture pregresse in ogni sede, terapie farmacologiche anche diverse dal cortisone (anticancro contro tumori di seno e prostata) e malattie concomitanti non solo reumatiche (diabete, patologie infettive, respiratorie, neurologiche, infiammatorie intestinali croniche, disabilità). Rispondendo a poche domande, con il test si può scoprire se nei 10 anni successivi la probabilità di fratture è bassa, media, alta o molto alta.

Risultato alla mano, spiega Giuseppina Resmini, responsabile del Centro per lo studio dell’osteoporosi e delle malattie metaboliche dell’osso dell’ospedale di Treviglio-Caravaggio (Bergamo), “il paziente potrà consultare uno specialista per l’osteoporosi severa che può trovare in uno dei tanti centri distribuiti sul territorio nazionale, così da ottenere una diagnosi accurata e una terapia adeguata per ridurre il rischio fratturativo futuro”. Un’informazione corretta e completa migliora anche l’aderenza alle cure: “Studi internazionali recenti – osserva Maurizio Rossini, direttore della Scuola di specializzazione in reumatologia dell’università di Verona e dell’Unità operativa complessa di reumatologia dell’azienda ospedaliera universitaria integrata della città veneta – hanno dimostrato che, se il paziente non ha una corretta percezione del proprio rischio di frattura, l’avvio della terapia e la compliance sono compromesse, aumentando il pericolo di incorrere in un evento infausto” qual è spesso una frattura.

“Informazione corretta, tempestiva ed efficace” è la parola d’ordine della campagna Stop alle fratture, che si rivolge in particolare agli ‘over 50′ sotto l’egida di Siommms (Società italiana dell’osteoporosi, del metabolismo minerale e delle malattie dello scheletro), Siot (Società italiana di ortopedia e traumatologia), Sir (Società italiana di reumatologia), Ortomed (Società italiana di ortopedia e medicina), Gisoos (Gruppo italiano di studio in ortopedia dell’osteoporosi severa) e Gism (Gruppo italiano di studio delle malattie del metabolismo osseo). Oltre al portale, l’iniziativa viaggia su Facebook (https://www.facebook.com/StopalleFratture/) con una fan base di oltre 25 mila utenti.

“L’osteoporosi nella sua forma severa, chiamata fragilità ossea, è una patologia dalle conseguenze anche molto gravi – sottolinea Claudio Marcocci, presidente Siommms e direttore dell’Unità operativa di endocrinologia II dell’azienda ospedaliero-universitaria pisana – Di positivo c’è che abbiamo diversi strumenti a nostra disposizione per combatterla, attraverso una diagnosi tempestiva e un trattamento adeguato. E’ necessario tuttavia che specialista e paziente abbiano una cultura maggiore rispetto all’importanza di questi aspetti. Lo specialista garantendo che venga messo in atto un corretto Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (Pdta), la paziente impegnandosi sia ad aderire alla terapia prescritta sia a seguire uno stile di vita adeguato alla propria condizione”.

Secondo gli esperti, “nelle donne le fratture da osteoporosi sono più comuni dell’infarto, dell’icuts e del cancro al seno valutati globalmente”. Mentre “negli uomini, dai 50 anni in su il rischio di frattura da fragilità ossea è superiore a quello del cancro alla prostata”. Considerando l’intera popolazione italiana over 50, si calcola che “il 50% delle donne e il 30% degli uomini andrà incontro a una frattura da fragilità”. Per gestire questa condizione, i costi diretti e indiretti nel nostro Paese ammontano a “circa 7 miliardi di euro all’anno”. A far lievitare la spesa, contribuisce il fatto che “troppo spesso la malattia viene diagnosticata solo dopo una frattura di femore. Anche in questo caso, appena il 15% riceve una terapia farmacologica che fra l’altro dopo un anno ha abbandonato un paziente su 2, pur con una possibilità da 2 a 5 volte maggiore di rifratturarsi”.

Le fratture più gravi da fragilità ossea sono quelle a femore e anca (in Italia se ne stimano 250 mila all’anno, di cui 90 mila di femore), ma sovente l”effetto domino’ parte da una frattura vertebrale: il 20% ne riporta una seconda entro un anno, mentre il rischio di ‘crack’ femorale raddoppia. “Le fratture di vertebra sono sicuramente le più frequenti, ma anche le meno diagnosticate – evidenzia Andrea Giustina, presidente della European Society of Endocrinology e professore ordinario di endocrinologia e metabolismo all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano – Circa la metà non vengono riconosciute e il paziente non sa di averle: il suo mal di schiena viene etichettato come ‘banale’. Un’altra frattura frequente è quella di polso, che però incredibilmente ancora oggi non viene considerata una consequenza diretta dell’osteoporosi”.

Da qui la necessità di insistere su un concetto solo apparentemente scontato: “L’osteoporosi è una malattia ed è molto importante ribadirlo – avverte lo specialista – perché non tutti ne sono convinti. Siccome l’osteoporosi è spesso associata alla menopausa, che è uno stato parafisiologico” cioè in sé ‘non patologico’, si pensa che “di conseguenza l’osteoporosi lo sia altrettanto. Assolutamente no”, afferma Giustina. “L’osteoporosi, quando c’è, è una malattia perché pone il soggetto a rischio di fratturarsi” e poi di rifratturarsi ancora, in un circolo vizioso che solo diagnosi e cure possono spezzare.

Osteoporosi, dopo i 50 un uomo su cinque ne soffre ma non lo sa

Dopo i 50 anni, un uomo su 5 soffre di osteoporosi, tuttavia non esiste nell’immaginario maschile e dei medici un’attenzione alla ricerca di questa patologia, tanto che di tutte le densitometrie effettuate in Italia, oltre il 90% è appannaggio delle donne. Nel convegno che si è tenuto oggi a Padova è stato presentato lo studio Amos, della Fondazione Foresta Onlus in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera di Padova, Ulss 6 e Cnr-Sezione invecchiamento, secondo cui su 300 ultrasessantenni, il 38% manifesta una riduzione della densità dell’osso, ma soltanto il 9% ne è conoscenza.

Dalla ricerca emerge che i fattori di rischio più evidenti per lo sviluppo della patologia sono l’obesità e l’ipogonadismo, ossia una ridotta produzione di testosterone. Negli over 60, nell’ambito della condizione clinica definita andropausa (disturbi sessuali, debolezza e riduzione della forza muscolare, obesità, diabete), si verifica una riduzione dei livelli di testosterone. La sintomatologia associata alla deficienza di questo ormone si confonde molto con la comune sensazione “di essere anziani”, pertanto la diagnosi di ipogonadismo nell’adulto viene rilevata raramente.

La conseguenza della mancata individuazione di bassi livelli di testosterone comporta tra l’altro, l’assenza di indicazione alla valutazione della struttura dello scheletro, e quindi la mancata rilevazione dei segni di osteoporosi. Nella donna, dopo la menopausa, lo screening per l’osteoporosi è considerato di routine, ma – secondo gli esperti – è assolutamente necessario che anche gli uomini dopo i 60 anni si sottopongano a questa valutazione.

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