Resistenza agli antibiotici, una delle minacce più temibili per la salute pubblica

Sabato 18 novembre sarà celebrata la Giornata dell’antibiotico, un’iniziativa che ha come obiettivo la sensibilizzazione sulla minaccia rappresentata dalla resistenza agli antibiotici e dall’uso prudente degli antibiotici stessi. Dati recenti confermano che nell’Unione europea il numero di pazienti infetti da batteri resistenti è in aumento e che la resistenza agli antibiotici rappresenta una delle minacce più temibili per la salute pubblica.

La resistenza agli antibiotici è divenuta un’emergenza di sanità pubblica, che determina aumento della spesa sanitaria, allungamento dei tempi di degenza, fallimenti terapeutici e aumento della mortalità. L’uso corretto degli antibiotici. Gli antibiotici vanno usati solo quando è necessario e in maniera corretta e responsabile, perché assumerli in modo eccessivo o sbagliato rende meno efficaci le cure. Per esempio, non c’è bisogno di affrontare raffreddore e influenza con gli antibiotici: la soluzione migliore è aspettare che l’infezione faccia il suo decorso naturale ed è sufficiente ricorrere a rimedi per alleviare i sintomi. L’invito rivolto ai cittadini è di lasciare che sia il medico a decidere se gli antibiotici servono oppure no, e di seguire abitudini igieniche corrette (una fra tutte, lavarsi spesso le mani). Questi farmaci poi, se il dottore li prescrive, vanno presi rispettando dosi e orari indicati e completando l’intero ciclo, anche se dopo un paio di giorni ci si sente meglio.

“Gli antibiotici sono dei farmaci che permettono di salvare numerose vite umane” spiega Pierluigi Viale, Consigliere SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali e Professore Ordinario di Malattie Infettive – Alma Mater Studiorum Università di Bologna e Direttore Unità Operativa di Malattie Infettive – Policlinico S. Orsola Malpighi – Bologna. “La loro utilità è in costante crescita da 80 anni a questa parte; oggi possono aiutare a trattare e a risolvere anche una serie di problematiche estremamente complesse della medicina moderna, come trapianti, tumori, chirurgia avanzata, l’aumento della sopravvivenza di tante categorie di pazienti. Tuttavia, la loro efficacia è sempre minore a causa dell’uso smodato che ne viene fatto”.

Il problema dell’antibiotico resistenza ha una portata globale e potenzialità enormemente gravi. “Bisogna affrontarlo in maniera decisa con diverse strategie” ammonisce Giovanni Rezza, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. “Da una parte si deve limitare l’abuso di antibiotici nel mondo animale: ciò garantirebbe un effetto di contenimento delle resistenze anche tra gli esseri umani. Dall’altra bisogna affrontare il problema direttamente nelle comunità umane, sia in ambito ospedaliero che nella società”. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante, in quanto è necessario impedire l’auto-somministrazione di antibiotici ed evitare un uso spropositato di alcune molecole che andrebbero riservate esclusivamente all’uso ospedaliero. L’ospedale è già di per sé un luogo di amplificazione dell’antibiotico resistenza, specialmente in alcuni reparti dove ci sono i pazienti più fragili e sottoposti a terapie invasive. Inoltre è fondamentale adottare tutte quelle misure preventive, a partire dal lavaggio delle mani, che permettono di limitare la diffusione dei ceppi antibiotico resistenti.

“Esiste una forte correlazione tra le malattie che si possono contrarre in ospedale e l’uso smodato che spesso si fa degli antibiotici” dichiara Marco Tinelli, Direzione Nazionale SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. “Purtroppo infatti è in corso un’escalation delle resistenze e ogni volta si utilizzano antibiotici di livello più elevato, vanificando l’uso di molte molecole. Si arriva talvolta all’associazione di più antibiotici per debellare una patologia. Il rischio è che i risultati di ricerche di molti anni svaniscano in pochi mesi”.

Per affrontare il problema è assolutamente indispensabile fare rete. Specialisti, Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute sono già al lavoro per favorire queste sinergie. “Ci deve essere una forte iniziativa di formazione, una decisa aderenza di tutto il personale sanitario e la consapevolezza della popolazione per arrivare a un uso consapevole degli antibiotici” conclude Tinelli.

Italia maglia nera, preceduta solo dalla Grecia. L’allarme ha portato al primo Decalogo per il corretto uso degli antibiotici che è stato presentato oggi al Ministero della Salute. Il documento è stato realizzato dal Gisa, Gruppo italiano per la stewardship antimicrobica.
Preoccupante, secondo gli esperti, la situazione negli ospedali italiani dove le infezioni da germi antibiotico-resistenti colpiscono 300 mila pazienti e causano tra i 4500 e i 7 mila decessi.

Stando alle stime dell’Oms, le previsioni sono fosche: nel 2050, se non si interviene per tempo, le morti provocate da germi multi-resistenti potrebbero arrivare a 10 milioni, più che per i tumori. “Uno dei problemi riguarda anche la mancanza di nuovi antibiotici perchè negli ultimi anni c’è stata poca ricerca”, spiega Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Iss. E aggiunge che la situazione è allarmante negli ospedali e specie nelle terapie intensive, “anche per un semplice problema di igiene di medici e personale: basterebbe lavarsi le mani passando da un paziente all’altro”. “La realtà epidemiologica impone di ridurre l’uso inappropriato di antibiotici, sia nelle persone che negli animali, il miglioramento della diagnostica microbiologica e le prescrizioni inutili o fai da te”, dice presidente del Gisa. E indica una delle cause della situazione italiana nel “calo del livello di protezione immunitaria, le vaccinazioni”.

Sembra quasi un ritorno al medioevo della medicina ma gli esperti pensano a una governance per il controllo delle infezioni secondo l’approccio One health, che considera interconnesse la tutela della salute umana, quella animale e ambientale. “Purtroppo in alcuni Paesi – hanno spiegato – gli antibiotici vengono usati anche per accelerare la crescita degli animali. Nell’Ue la legislazione è restrittiva, ma non è così dappertutto”. All’incontro di oggi hanno preso parte anche rappresentanti dell’Ocse, dell’Ecdc e della Fao anticipando la promozione di azioni globali.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie