Viticoltori noi green da sempre, noi green nel futuro

Si è svolta al Centro Congressi BHR di Treviso, la Tavola Rotonda organizzata da Cia treviso sul tema Viticoltori: noi green da sempre, noi green nel futuro, un significativo momento di riflessione e dibattito animato da produttori, imprenditori e rappresentanti del mondo della ricerca, sui percorsi che la viticoltura trevigiana e veneta deve intraprendere per rafforzare e valorizzare il ruolo sociale e ambientale di un prodotto rivolto ad un consumatore sempre più sensibile.

Difficili e importanti le sfide che attendono l’agricoltura -ed in particolare il comparto vitivinicolo- nella prospettiva di un futuro sempre più green,sostenibile e sicuro. Sul tema si sono confrontati Giuseppe Facchin presidente Cia Treviso, Dino Scanavino presidente nazionale Cia-Agricoltori Italiani, Oscar Farinetti fondatore di Eataly, Paolo Feltrin docente di scienze politiche all’Università di Trieste e Vincenzo Gerbi docente di enologia all’Università di Torino.

«Partiamo dalla situazione attuale del nostro territorio: noi siamo “Green da sempre” e “Green nel futuro” è una dichiarazione di identità -così ha salutato i presenti il Presidente della Cia Treviso Giuseppe Facchin-. A noi il compito di preservare l’ambiente, di custodire le produzioni di una agricoltura che desideriamo tramandare integra a chi verrà dopo di noi. L’agricoltore è un imprenditore che deve provvedere a se stesso e alla propria famiglia, ma che deve saper dare da mangiare ai consumatori in maniera corretta, sana, sostenibile.

Per questo dobbiamo avere ben chiari i principi guida. Dove sta il Green oggi? Sta nella consapevolezza di operare in un territorio che produce eccellenze alle quali, come categoria, dobbiamo saper dare valore aggiunto. Abbiamo le filiere più controllate del mondo, e il nostro futuro è orientato al Green per vocazione e non per imposizione. Ma la nostra sostenibilità ambientale non è possibile senza quella economica. È una sfida importante che non possiamo cogliere da soli: abbiamo bisogno di chi, in questi valori, si sforzi nel comunicare nel modo corretto il prodotto al consumatore».

Per Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, «Qual è il nostro futuro? Poiché siamo in qualche modo “obbligati” a vendere le nostre meraviglie al mondo, in Italia ora non ha più senso fare agricoltura “generica”, dobbiamo seguire la direzione di queste “meraviglie”. Siamo in un momento di svolta totale, una rivoluzione simile a quella sulla scoperta del fuoco: abbiamo inventato l’economia digitale abbinata a internet. Questa la rivoluzione che dobbiamo cavalcare ora e gli scienziati hanno il compito di insegnarci ad abbinare le nuove tecnologie alle nostre tradizioni. Prendiamo l’esempio dei francesi: noi ora produciamo prodotti di pari qualità, se non superiore.

Ma loro li sanno “narrare” meglio di noi. Ecco la strada: il prodotto italiano deve essere abbinato ad un altro termine: Green che deve essere inteso come sinonimo di pulizia, di salute, anche perché già siamo una delle nazioni più “pulite” del mondo: siamo certificati e controllati da moltissimi enti; siamo quelli con le aziende agricole più “pulite”; abbiamo il minor numero di reati legati alle contraffazioni agricole. Il mio suggerimento è trovare un modello tra scienziati, istituzioni, produttori e agricoltori, per fare in modo che il nostro vino sia non solo prodotto, ma soprattutto percepito sempre più come Green, e il biologico avrà un grandissimo futuro».

Un percorso già avviato per certi versi, ma che certamente presenta non poche difficoltà come riferisce Paolo Feltrin, docente di scienze politiche, Università di Trieste. «Il primo pericolo dipende dalla frammentazione dei produttori -spiega il professor Feltrin- un problema storico che vale per tutti i settori. Dobbiamo trovare strategie alternative per competere con i “grandi” pur restando “piccoli” così da preservare la nostra identità. Come infatti difenderci dai grandi gruppi che inevitabilmente desiderino accostarsi alle nostre produzioni tipiche -penso al Prosecco-? La soluzione è quella di salire in qualità e qui fortunatamente abbiamo l’istituzione del Marchio di Origine Controllata; organizzarsi in Consorzi di produttori; intraprendere una specializzazione locale sempre più Green. Aggiungere più localizzazione alle coltivazioni biologiche consente di tutelarsi meglio da eventuali “invasioni” -che dobbiamo aspettarci anche dall’Europa stessa- e tenere meglio il prezzo.»

Sostenibilità nella produzione che si deve tradurre anche in sostenibilità nella filiera vitivinicola. Questo il punto centrale dell’intervento di Vincenzo Gerbi ordinario di enologia, Università di Torino. «L’opinione pubblica ha la percezione che la sostenibilità consista nel non usare “pesticidi”, abolire diserbanti, non usare additivi per fare il vino. Ottemperare a queste tre disposizioni conferisce al vino una immagine di naturalità -spiega il Professor Gerbi- e lo fa apparire conciliabile con il rispetto dell’ambiente, e quindi sostenibile.

Ma questa è una visione semplificatoria: l’azienda infatti diventa insostenibile dal punto di vista economico, a meno che il poco prodotto che immette sul mercato non venga pagato a prezzi di affezione. La sostenibilità è un concetto più complesso che da un lato riduce l’impatto sull’ambiente e dall’altro consente di produrre in modo sufficiente un prodotto di alta qualità. Come uscirne? Occorre “sapere di più”. L’azienda sostenibile investe in tecnologia e in ricerca, e non rifiuta la conoscenza. I trattamenti indispensabili li fa mirati, e quando ve ne sia un reale bisogno, assumendo la decisione in base a misure ambientali fatte con sistemi avanzati, definiti agricoltura di precisione».

Dino Scanavino presidente nazionale Cia, ha così concluso la mattinata di lavori ribadendo il concetto sulla percezione del marchio green per i vini: «Plaudo a questa iniziativa che mette in luce le sfide di una agricoltura green, in particolare per quanto riguarda il comparto del vino. La sostenibilità ambientale e produttiva, e il tema del biologico, sono elementi che dobbiamo ancora definire bene. La legge ci aiuta a dettare cosa sia biologico. Ma è necessaria una idea evocativa, e un governo del sistema, che ci indirizzi verso una produzione italiana di qualità e che la faccia diventare cifra distintiva in grado di vincere questa sfida».

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