Dissalazione acqua marina: nel 2030 il 50% della popolazione mondiale potrebbe non avere più acqua potabile

Nel 2030, secondo le previsioni, circa il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua, come sostiene lo Stockholm International Water Institute (SIWI). La dissalazione di acqua di mare potrebbe rappresentare una valida alternativa ma bisogna assicurarsi che gli impianti ed i processi siano realizzati nel rispetto degli ecosistemi naturali. È necessario, inoltre, che siano sviluppati degli standard nazionali ed internazionali adeguati a tale scopo e previste analisi di impatto ambientale per verificare che siano rispettati. E’ quanto emerso al convegno tenuto al Circolo Canottieri di Napoli : “L’emergenza idrica e la dissalazione dell’acqua marina: Impatti e normativa” organizzato da Idroambiente, in occasione della convention dell’associazione Marevivo.

Il caso studio, presentato durante il convegno dal Prof. Aliberti, su: “L’impatto ambientale dello scarico del dissalatore di Lipari nel corpo idrico recettore” ha realizzato un’analisi chimico-fisica, chimica, biologica e microbiologica dei campioni prelevati allo scarico o nelle sue immediate vicinanze rilevando un’alterazione dell’ecosistema. In particolare, nelle aree dove le concentrazioni saline superano la soglia di tossicità si è evidenziata una regressione della Posidonia marina, fondamentale per analizzare la stabilità dell’ambiente marino. Un impatto provocato anche dall’assenza di un’adeguata normativa ambientale sia a livello globale, che europeo e nazionale.

«Le normative sono carenti, mancano utili ed efficaci misure di controllo, contrasti e gestione. Il decreto legislativo 152/2006 – spiega il Prof Aliberti – consente incrementi senza limiti della salinità marina, laddove è disposto che, per lo scarico di cloruri, questi “non valgono per le acque di mare”. Inoltre, gli impianti di dissalazione non stati inclusi nei progetti da sottoporre alla procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A), non esistono neanche delle linee guida per il monitoraggio degli impatti ambientali provocati dagli scarichi reflui, né viene regolamentato l’uso di sostanze chimiche di processo, soprattutto riguardo la loro tossicità».

In vista dei cambiamenti climatici, e dell’emergenza idrica, è necessario però trovare soluzioni come sostiene l’Ing. Sergio Colagrossi: «Gli impianti di potabilizzazione dell’acqua di mare sono diffusi in tutta l’area del Mediterraneo. La contemporanea maggiore domanda prevista di acqua potabile e scarsità di risorse indurrà nel prossimo ad adottare sempre più impianti di desalinizzazione. Alcune criticità emergono tuttavia sia per gli impatti che gli impianti dissalatori hanno sull’ambiente sia, al contrario, su alcune variabili che l’ambiente può introdurre negli impianti come ad esempio la presenza di alghe che possono rilasciare sostanze tossiche che hanno dimostrato di poter permanere nell’acqua potabile prodotta dagli impianti ad osmosi inversa».

Per Rosalba Giugni: «Ancora una volta il mare è indispensabile per la vita sul Pianeta, ma è necessario un impegno a livello globale per tutelare e preservare la risorsa idrica. Bisogna investire sin da subito sull’innovazione dei sistemi di dissalazione per renderli meno impattanti e prevedere delle normative efficaci per prevenire i rischi. Come Marevivo abbiamo sempre incoraggiato la sostenibilità delle isole italiane. In particolare, per renderle autonome, la produzione di energia da fonti rinnovabili, un sistema integrato per la gestione dei rifiuti che favorisca il riciclo e il riutilizzo e gli impianti di dissalazione sostenibili. Ci auguriamo, dunque, che questo vuoto normativo venga al più presto colmato. In base alla convezione di Barcellona, vista la tossicità di alcune sostanze necessarie al processo di dissalazione, gli Stati devono regolamentare il corretto uso e smaltimento di tali composti».

 
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