Dalle piante arriva la risposta sull’efficacia trattamenti omeopatici

Arriva anche dalle piante la risposta sull’efficacia dei trattamenti omeopatici. A offrirla la fitopatologa Lucietta Betti, ex docente del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna, intervenuta alla tre giorni del congresso nazionale Fiamo, la federazione italiana associazioni e medici omeopati.

Uno studio che ha dimostrato, proprio attraverso l’impiego di modelli vegetali, che in omeopatia non si può parlare di effetto placebo. ”Gli organismi vegetali non hanno attività psichica e quindi sono del tutto esenti da effetto placebo – ha spiegato Betti all’Adnkronos – e i miei studi hanno dimostrato che su questi modelli vegetali si possono ottenere effetti significativi e riproducibili utilizzando dei trattamenti ultra diluiti e dinamizzati, quindi in assenza di molecole.

Pertanto, quelli che la scienza ufficiale ritiene essere solo un effetto placebo, hanno però sulle piante effetti significativi e riproducibili”. Prossimo passo, uno studio sulle cellule umane. ”E’ un progetto cominciato lo scorso anno che si sviluppa su tre anni- ha raccontato Betti – per prima cosa, rifaremo lo studio a livello di cristallografia, poi i trattamenti che risulteranno più significativi li riproveremo su un modello biologico per ripetere gli studi di tipo molecolare per una riconferma dell’effetto epigenetico di questi trattamenti e, in contemporanea, faremo uno studio con cellule umane che verranno stressate con uno stress di tipo infiammatorio e poi trattate con trattamenti omeopatici per vederne gli effetti”, ha concluso.

La maggior parte degli studi clinici dimostrano che le terapie omeopatiche hanno un’azione superiore al placebo.

Per poter affermare il contrario la ricerca deve necessariamente invalidare un’ampia parte degli studi pubblicati sull’omeopatia, nonché basarsi sull’adozione di dati virtuali o di metodi statistici inappropriati. Per concludere che l’omeopatia sia priva di effetti clinici è, infatti, necessario ignorare più del 90% di tutti i trials disponibili sulla medicina omeopatica.

Un esempio di questo può essere il lavoro di Shang et al. presentato nel 2005 su Lancet, in cui il risultato a sfavore dell’omeopatia alla fine si è basato sulla valutazione di un solo singolo studio (sul dolore muscolare in 400 corridori di lunga distanza), rispetto ai 165 trials inizialmente presi in esame. Senza questo singolo studio, il risultato avrebbe mostrato la superiorità statisticamente significativa dell’omeopatia rispetto al placebo. Shang et al. infatti, dopo aver inizialmente preso in esame ben 165 ricerche scientifiche sull’omeopatia, decisero di escluderne 60 adducendo varie ragioni.

Il materiale finale del loro lavoro poteva, quindi, contare su 110 trials omeopatici e 110 che utilizzavano farmaci convenzionali. Ma anche in questo caso i ricercatori, pur menzionando che il rapporto di probabilità era a favore dell’omeopatia versus placebo, decisero di non procedere alle stesura delle verifiche di efficacia.

Presero, invece, la decisione di ridurre ancora il numero dei trials omeopatici, escludendo dalla loro analisi tutti i lavori scientifici tranne 21 studi. Relativamente a questi trials,  Shang et al. riportano che “21 trials omeopatici (19%) e 9 convenzionali (8%) sono stati giudicati di buona qualità” e “la maggior parte degli odds ratio indicavano un effetto benefico dell’intervento”.

Quindi, ad un primo giudizio le ricerche cliniche omeopatiche sono state giudicate di qualità comparabile se non migliore a quelle convenzionali e hanno dato entrambe un risultato complessivamente positivo. Però anche in questo caso Shang et al. presero la decisione di non procedere alle verifiche statistiche e introdussero una nuova serie di esclusioni, attuando così un’ulteriore riduzione dei studi omeopatici che in questo modo passarono da 21 a 8 trials.

“Per concludere che l’omeopatia mancava di effetti clinici” scrive il Prof. Hahn “è stato necessario ignorare più del 90% di tutti i trials disponibili”, senza aver fatto una analisi rigorosa dei casi scartati. Tale circostanza è già stata criticata anche da altri ricercatori in un successivo articolo pubblicato nel 2008 su Journal of Clinical Epidemiology (Lüdtke R, Rutten AL. J Clin Epidemiol. 2008; 61:1197-204).

I lettori critici dello studio di Shang et al. sospettano che gli autori abbiano giocato con la selezione dei trials fino a quando non hanno trovato il risultato desiderato. Nel dibattito che è seguito nel mondo scientifico, lo studio di Shang è stato criticato per mancanza di trasparenza e per la natura altamente selezionata dei trials valutati.

La distorsione delle prove è un fatto noto nella società. Affermare oggi che l’omeopatia sia scarsamente studiata non è evidentemente vero, poiché il numero di sperimentazioni cliniche controllate (RCT Randomized Controlled Trial) in questo settore è abbastanza grande. E sappiamo che molte delle terapie farmacologiche utilizzate in medicina clinica convenzionale si basano su molti meno dati. Un altro argomento diffuso dai detrattori dell’omeopatia e che in alcuni casi è stato ripreso anche da qualche politico, è che non esista neanche un singolo studio sull’omeopatia che mostri un effetto positivo del trattamento.

In realtà, la maggior parte degli RCT sull’omeopatia mostra effetti positivi. Una terza affermazione che viene usata è quella secondo cui gli studi sull’omeopatia siano di bassa qualità. Anche questa considerazione non trova nessun fondamento da parte di ricercatori che hanno specificatamente valutato questo problema. “Ogni ulteriore lavoro con le meta-analisi” conclude il Prof. Hahn “dovrebbe abbandonare il metodo di riassumere tutte le prove cliniche disponibili e concentrarsi invece sugli effetti dell’omeopatia versus placebo o altri trattamenti in specifiche malattie o gruppi di malattie. Un modo, inoltre, per ridurre la distorsione delle prove da parte di investigatori e scettici sarebbe quello di separare in modo chiaro il processo di ricerca delle prove, da quello della formulazione delle linee guida cliniche”.

 
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