Diabete, contro la glicemia alta la miglior medicina è l’attività fisica

Circa 420 milioni di persone in tutto il mondo oggi soffrono di diabete, un numero che dovrebbe salire a 629 milioni entro il 2045, secondo la International Diabetes Federation. Il diabete non dà sintomi e, per questo motivo, è spesso sottovalutato. Ma di fronte al diabete, sebbene sia una malattia ormai curabile, occorre fare tutto meno che abbassare la testa.

Sono sempre più numerosi gli studi che documentano come l’esercizio fisico funzioni come una vera e propria medicina anti-diabete. E presto si potrebbe arrivare ad una ‘prescrizione’ su misura del singolo paziente, anche grazie alla corposa mole di studi che si stanno accumulando sull’argomento. La rivista “Diabetologia” ha pubblicato una metanalisi sui benefici dell’esercizio fisico nel trattamento e nella prevenzione del diabete. Secondo il professor Pierpaolo De Feo, direttore del Centro Universitario Ricerca Interdipartimentale Attività Motoria (C.U.R.I.A.MO.) dell’Università di Perugia, centro di riferimento del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) e della FMSI (Federazione Medico Sportiva Italiana) per gli atleti con diabete, camminare a passo svelto almeno 150 minuti a settimana, aiuta a prevenire il diabete. Ma anche fare le scale e alzarsi spesso dalla sedia o dal divano.

L’attività fisica è uno dei fattori fondamentali che possono condizionare la vita del diabetico – spiega Livio Luzi –  endocrinologo e ricercatore in Italia e all’estero, attualmente professore ordinario di endocrinologia alla facoltà di Scienze motorie dell’Università degli Studi di Milano – ma non bisogna trascurare altre abitudini che possono influire sulla condotta della terapia, come la dieta, il fumo di sigaretta, l’assunzione eccessiva di alcool e lo stress sia lavorativo sia psicologico”. Purtroppo in Italia il curriculum accademico del medico non contempla sufficienti nozioni di come prescrivere l’attività fisica. I più bravi si ricordano le linee guida americane che indicano dai 30 ai 45 minuti di attività aerobica a giorni alterni, più due sessioni settimanali di attività di forza e potenza con pesi, oltre a esercizi anaerobici. Oggi l’attività fisica è gestita dai laureati in scienze motorie che hanno il training adatto per prescrivere attività fisica, come un farmaco, ma la dose è diversa da persona a persona e deve essere valutata dal medico specialista del diabete.

Rivedere con maggiore precisione complicanze potenzialmente letali. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista ‘The Lancet Diabetes and Endocrinology’ a firma di esperti del Lund University Diabetes Centre (Svezia) e dell’Institute for Molecular Medicine (Finlandia), i nuovi risultati, tendeno verso la ‘medicina di precisione’, che tiene conto delle differenze tra gli individui nella gestione delle malattie: nello stesso modo in cui un paziente che richiede una trasfusione deve ricevere il giusto tipo di sangue, i sottotipi di diabete necessitano di trattamenti diversi, suggerisce lo studio, che ha anche identificato diversi tipi di microbiomi – l’ecosistema batterico nel nostro tratto digestivo – che possono reagire in modo diverso allo stesso farmaco antidiabete, rendendolo più o meno efficace.

“E’ il primo passo verso una cura personalizzata di questa malattia”, afferma l’autore senior Leif Groop, endocrinologo. La nuova classificazione è infatti un “cambio di paradigma” nel modo in cui la patologia viene gestita. È noto da tempo che il diabete di tipo 2 è una condizione altamente variabile, ma la classificazione era rimasta invariata per decenni. I ricercatori hanno allora monitorato 14.775 pazienti con diabete di nuova diagnosi di età compresa tra 18 e 97 anni. Isolando e studiando le misurazioni di insulino-resistenza, secrezione di insulina, livelli di zucchero nel sangue, età e insorgenza della malattia, hanno individuato cinque gruppi distinti di malattia: tre forme gravi e due più lievi.

Questi i nuovi 5 gruppi: nel cluster 1 rientrano i pazienti con insulino-resistenza in cui le cellule non sono in grado di utilizzare l’insulina in modo efficace. Sono persone giovani e in buona salute e corrispondono più o meno ai pazienti con l’attuale tipo 1 di diabete; il cluster 2 è composto da pazienti relativamente giovani, insulino-carenti; il cluster 3 è rappresentato da persone con insulino-resistenza grave, di solito in sovrappeso: il cluster 4 comprende pazienti di mezza età con diabete correlato all’obesità, il 5, infine, riguarda persone con diabete correlato all’età, che sviluppano sintomi molto dopo rispetto alle persone comprese nei precedenti gruppi. Riguarda circa il 40% dei malati.

I dati sono stati confrontati con altri tre studi condotti in Svezia e Finlandia e “i risultati hanno superato le nostre aspettative”, dicono gli autori, confermando quanto osservato. Ora i ricercatori hanno in programma di avviare studi simili in Cina e in India, per dare ancora più forza alla scoperta.

“Premettendo che una nuova classificazione dei tipi di malattia dovrà essere discussa a livello internazionale e poi avallata dall’Organizzazione mondiale della sanità per evitare differenze a livello dei vari Paesi – speiga Giorgio Sesti, presidente Società italiana di diabetologia (Sid) e docente di Medicina interna all’Università Magna Graecia di Catanzaro – rivedere quella relativa al diabete sarebbe d’aiuto. Oggi abbiamo infatti a disposizione ben 8-9 classi diverse di farmaci, ma solo 2 tipologie riconosciute di diabete per i quali possono essere indicati. Aumentandole, si potrebbero offrire cure più mirate”.

“Attraverso un confronto con le società scientifiche – spiega ancora Sesti – penso sia il momento opportuno per rivedere la classificazione del diabete affinché ci sia una maggior paragonabilità fra tipo di malattia e relativa terapia: ora abbiano solo 2 ‘categorie’, ma davvero tanti farmaci diversi”. Un’ipotesi, dunque, “che andrebbe incontro all’esigenza che oggi noi specialisti abbiamo di personalizzare il trattamento. Oltre alla 1 e alla 2, infatti, ormai sappiamo che esiste una serie di forme intermedie che possono avere caratteristiche sia dell’una che dell’altra, o, ad esempio, un’origine genetica. Tutte queste forme oggi, grazie alla ricerca che ha fatto grandi passi avanti, hanno terapie specifiche e individualizzate, che però andrebbero inquadrate in una classificazione più precisa. I colleghi scandinavi sono i primi a proporne una, altri avevano provato a introdurre il diabete di tipo 3.

 
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