La salute è in mano delle donne ma quando sono loro ad essere malate, sono lasciate sole

Se c’è da curare un malato in casa, è la donna a farlo. Strette fra il lavoro, i figli e la cura di un anziano. Vere e proprie manager delle cure familiari, che assistono un parente ammalato o disabile e parlano con il medico di famiglia, il pediatra, il cardiologo, l’oncologo e così via. Pronte a rinunciare al proprio tempo libero perché “tutto sia a posto”. E che per conciliare esigenze familiari e lavorative trascurano gli interessi personali e persino la salute. Per poi ritrovarsi, in alcuni casi estremi, completamente sole a gestire della propria malattia, anche se grave. È quanto emerge dall’indagine Ipsos presentata a Roma a un evento di Farmindustria, in collaborazione con Onda-Osservatorio nazionale sulla salute della donna, ‘Soprattutto donna! Valore e tutela del caregiver familiare’.

Ma quando sono loro ad essere malate, spesso sono lasciate sole, anche in caso di patologie gravi. In sostanza, stando alla ricerca, le necessità che ruotano attorno alla sfera della salute, sono in elevata misura di competenza delle donne: per la prevenzione al 66%, il 65% veglia sul percorso terapeutico, sono l’interlocutore privilegiato del medico nella fase della diagnosi al 58%, e della terapia per il 59%. In pratica, un terzo delle donne fà senza aiuti, circa la metà può contare su un aiuto in famiglia mentre soltanto nel 14% dei casi, ci si appoggia ad un aiuto esterno.

Quasi 9 donne su 10 ha sulle spalle il peso del caregiving familiare, 3 di queste svolgono questo ruolo da sole e per una su 5 si tratta di un impegno sentito come gravoso, poiché è alto il loro livello di coinvolgimento. È quanto emerge da una ricerca condotta da Ipsos su un campione di 800 donne adulte in Italia. Soltanto il 14% delle italiane dai 18 anni in su il coinvolgimento come care giver è nullo o quasi.

In particolare, le necessità familiari che ruotano attorno alla sfera della salute sono principalmente di competenza delle donne che sono presenti al momento della prevenzione (66%), vegliano sul percorso terapeutico (65%), sono l’interlocutore privilegiato del medico sia nella fase della diagnosi (58%) sia della terapia (59%). La maggior parte delle donne italiane è un giocoliere che si destreggia a far rimanere in aria tutti i birilli: richieste di accudimento in famiglia, interessi personali e – per le occupate – la propria professione. Sono proprio le donne che lavorano quelle più oberate e che risentono di questo status: 6 su 10 si dichiarano insoddisfatte per il risultato che riescono a ottenere e la capacità di conciliare tutto. Proprio per questo la percezione delle donne rispetto allo stato delle politiche di welfare in Italia risulta arretrato al confronto con il resto dell’Europa (per il 69% delle intervistate).

Soltanto una donna su quattro lavora in un’azienda con politiche di welfare aziendale. “L’industria farmaceutica è consapevole del ruolo della donna – ha sottolineato il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi – perché da anni è “rosa”: la quota femminile è del 42% sul totale, con punte di oltre il 50& nel settore ricerca. Un dirigente su tre è donna, mentre negli altri settori la quota è uno su dieci. Ecco perché le imprese si sono dotate di un welfare che permette di conciliare lavoro e vita privata”. Nelle imprese del farmaco il welfare aziendale è molto sviluppato anche più di altri settori. Il 100% delle donne ha a disposizione previdenza e sanità integrativa – grazie sia al Contratto collettivo sia alle tante facilitazioni aggiuntive offerte dalle stesse aziende – e il 70% servizi di assistenza, nel 32% dei casi specificamente per i familiari anziani o non autosufficienti. Non è finita qua, è importante garantire la qualità della vita e del tempo, per questo si sta sempre più diffondendo lo smart working e la flessibilità degli orari di lavoro.

“Il caregiver deve diventare una figura riconosciuta” – ha dichiarato la presidente della commissione Sanità al Senato, Emilia De Biasi, durante la tavola rotonda con le rappresentati delle istituzioni – “Non c’è ancora una società pronta ad accogliere una donna madre ed è qui che la politica deve intervenire”. Con la legge fi Bilancio 2018 è stato istituito il Fondo ad hoc per il sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare ma la vice presidente della commissione Sanità al Senato, Maria Rizzotti, ha precisato che nella prossima legislatura si dovrà procedere a capire quanto c’è a disposizione per il caregiving dallo Stato, dalle regioni e dai comuni per capire su cosa si può contare e accertare il controllo per non sprecare risorse. Ha ribadito la necessità del vero riconoscimento del care giver e della flessibilità del lavoro la vice Presidente della commissione Lavoro del Senato Nunzia Catalfo. Infine Sergio Venturi, assessore alle politiche per la salute della regione Emilia Romagna ha presentato il proprio caso virtuoso. Nel 2014 infatti l’Emilia Romagna ha riconosciuto, con legge regionale, la figura del care giver familiare, anche attraverso forme di sostegno economico, formazione e addestramento. In questi casi è fondamentale il ruolo delle associazioni che rappresentano una vera e propria rete di sostegno.

 
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