Cassazione: nessun risarcimento a fumatore incallito malato di tumore

Che il fumo provochi il cancro è un fatto noto fin dagli anni settanta. Per questo la multinazionale del tabacco e il British American Tobacco Italia non devono alcun risarcimento al fumatore incallito, che si ammala e muore per un cancro ai polmoni.La Cassazione (sentenza11272) respinge il ricorso dei familiari di un tabagista, confermando la decisione della Corte d’Appello, che aveva considerato il vizio di fumare una scelta fatta in libertà, pur nella consapevolezza dei danni che il tabacco può provocare alla salute. In prima battuta era stato l’uomo a citare in giudizio la Philip Morris Italia, il ministero delle Finanze e il ministero della salute.

La storia narrata dal ricorrente è purtroppo comune a molti, un’abitudine al fumo, presa fin da giovane, che lo aveva portato a consumare fino a due pacchetti di Malboro al giorno. Un tentativo, non riuscito, di smettere c’era stato anche prima della diagnosi, quando aveva avvertito i primi sintomi di una malattia accertata nel 2000. Solo il medico lo aveva costretto ad abbandonare le “bionde”, avvertendolo delle conseguenze fatali a cui sarebbe andato incontro se avesse continuato a fumare. Il ricorrente addossava la responsabilità del suo tumore, per primo ai produttori e distributori di sigarette: Philip Morris Italia e Bat Italia, rappresentata dall’avvocato Francesca Rolla . A suo avviso la multinazionale aveva “subdolamente” inserito nel prodotto sostanze che creano una dipendenza fisica e psichica, tanto da farlo diventare tabagista incallito.

Il ministero della Salute era accusato di non aver salvaguardato la salute pubblica, non obbligando i big del tabacco e lo Stato ad offrire un prodotto più”naturale” e meno dannoso. L’uomo aveva poi chiesto che venisse accertato e dichiarato che le sigarette da lui fumate contenevano sostanze che davano assuefazione e il nesso fumo- malattia. Richieste rinnovate dai familiari che speravano di ribaltare il verdetto sfavorevole. Non va così e la Cassazione li condanna anche alle spese per circa 20 mila euro. La Suprema corte ha condiviso gli argomenti della Corte d’Appello.

I giudici hanno ricordato che «la dannosità del fumo costituisce da lunghissimo tempo dato di comune esperienza perché anche in Italia – si legge nella sentenza – era conosciuta dagli anni 70, la circostanza che l’inalazione da fumo fosse dannosa alla salute e provocasse il cancro». Già in quegli anni c’erano delle campagne pubblicitarie, promosse da organizzazioni no-profit che mettevano in guardia gli amanti del tabacco. Un rischio era notorio da allora anche se, un tempo, per ragioni culturali, sociali e di costume il vizio della sigaretta era più accettato, come dimostrano i film in bianco e nero in cui il protagonista, da Hamphrey Bogart a Katharine Hepburn, ha una perenne sigaretta sulla bocca .

La legge Comunitaria del 1990 che ha imposto l’obbligo di indicare sui pacchetti il contenuto di catrame e nicotina e l’avvertenza dei pericoli per la salute, non ha fatto che riaffermare un fatto noto da tempo. Il verdetto della Corte d’Appello, sottoscritto in pieno dai giudici di Cassazione, si potrebbe riassumere con il proverbio «chi è causa del suo mal pianga sè stesso». Nessun diritto a risarcimenti per chi, conoscendo il pericolo continua a fumare. Ancora meno comprensione trova il comportamento di chi, come nel caso esaminato, abusa del fumo. per finire la Corte d’Appello aveva anche negato che la nicotina annulli la capacità di autodeterminazione del soggetto “costringendolo” a fumare, senza possibilità di smettere dai due ai quattro pacchetti al giorno. Le multinazionali e lo Stato sono salvi e i fumatori avvertiti.

 
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