La natura perde terreno, nel mondo il degrado del suolo avanza

Ogni anno l’erosione e la degradazione dei suoli ‘mangiano’ una superficie pari a metà delle dimensioni dell’Unione europea (4,18 milioni di chilometri quadrati) su scala globale, con l’Africa e l’Asia tra le più colpite. A lanciare l’allarme è l’Atlante mondiale della desertificazione, realizzato dal Centro Comune di Ricerca della Commissione europea e giunto alla terza edizione. Oltre il 75% della superficie terrestre è già degradata, avverte lo studio, una percentuale che potrebbe raggiungere il 90% entro il 2050.

Il peggioramento della qualità del suolo e il cambiamento climatico potrebbero portare a una riduzione dei raccolti globali di circa il 10% entro il 2050. La maggior parte si verificherà in India, Cina e Africa sub-sahariana, dove il degrado del terreno potrebbe dimezzare la produzione agricola. Il costo economico di questo processo per l’Ue, sottolinea il documento, è stimato nell’ordine di decine di miliardi di euro all’anno.

Pur in diminuzione nell’ultimo decennio, la deforestazione contribuisce a produrre fino al 20% delle emissioni di gas serra e prosegue ancora oggi al ritmo di 13 milioni di ettari disboscati ogni anno (una superficie quattro volte più grande di quella del Belgio). L’agricoltura ne è in parte responsabile, così come concorre all’effetto serra anche in altri modi: con le macchine agricole e la fabbricazione dei fertilizzanti di sintesi che richiedono l’utilizzo di energie fossili, con la risicoltura e la ruminazione degli erbivori che sono la principale fonte di emissione del metano, o con i fertilizzanti azotati che rilasciano protossido d’azoto.

La distruzione dei suoli minaccia già oggi un quarto dell’umanità e rappresenta uno dei maggiori rischi per il futuro, tra cali di produttività, esodi rurali e migrazioni. La pressione sulle terre arabili si è accresciuta in questi anni, suggerendo ai Paesi che non ne hanno a sufficienza di acquistarle o affittarle: la Cina, l’India, gli Stati del Golfo Persico esternalizzano sempre più la loro produzione agricola nelle nazioni povere del continente africano e asiatico. Spesso le transazioni fondiarie sono compensate da programmi di sviluppo locale, ma le tensioni non mancano: nel 2009, in Madagascar, un progetto di affitto di terre arabili al colosso sudcoreano Daewoo ha provocato una vera ondata di sommosse.

Per evitare che la “fame di terra” si trasformi in un’emergenza, serve una rivoluzione ancora più verde: un cambio di paradigma che aiuti il Sud del mondo a recuperare la propria sovranità alimentare, senza sacrificare la biodiversità e le capacità produttive degli ecosistemi. Perché l’equazione alimentare non verrà risolta se l’agricoltura non preserva il capitale ecologico da cui dipende la sua produttività.

 
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