Aids, vietato abbassare la guardia: Esperti: siamo a rischio di una nuova pandemia

Dalla conferenza internazionale sulla malattia di Amsterdam l’appello a non abbassare la guardia. Il successo delle terapie antiretrovirali non deve però fare dimenticare che al mondo, su 37 milioni di persone infette da HIV, 15 milioni non accedono alle cure. Non solo, nonostante la progressiva diminuzione delle nuove diagnosi, in Europa solo nel 2015 sono state più di 153 mila i contagi.

Di questi, complice il ritorno nell’utilizzo di droghe per via iniettiva come l’eroina, il 79% si registra nell’Est Europa. A preoccupare è anche l’identikit del nuovo “paziente sieropositivo”: nel nostro Paese sono circa 500 all’anno i nuovi casi (su 3500 totali) nella fascia di età tra i 25 e i 29 anni. E’ questa la fotografia globale sull’AIDS che emerge dal “The International Aids Congress”, il più importante appuntamento mondiale dedicato alla malattia che apre oggi i lavori ad Amsterdam.

“C’è il rischio, soprattutto in Africa e nell’Europa dell’est, di una forte ripresa dell’epidemia di Hiv-Aids se si continuerà ad abbassare la guardia, come sta oggi accadendo in varie realtà, e si interromperà la disponibilità delle terapie contro l’infezione, anche a causa del calo dei finanziamenti mirati a questo scopo”.

Ad affermarlo è il presidente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (Simit), Massimo Galli, ad Amsterdam per la Conferenza internazionale sull’Aids che si apre oggi. E’ infatti questo, sottolinea l’esperto, “il quadro allarmante che abbiamo di fronte e questo congresso porrà l’accento proprio sulla sottovalutazione del pericolo in vari Paesi: l’epidemia da virus Hiv ha infatti dato segno di poter essere tenuta sotto controllo solo a patto che venga garantita la terapia adatta, ma si si smette di trattare l’infezione allora questa – avverte – riprenderà a diffondersi, come già sta accadendo in varie aree in Africa e dell’ex Unione sovietica”.

L’AIDS è una patologia causata dalla presenza del virus HIV. Quest’ultimo, infettando in maniera specifica le cellule del sistema immunitario, rende le persone affette più vulnerabili a molte malattie che generalmente, nelle persone sane, non creano particolari problemi. Essere sieropositivi per l’HIV vuol dire essere entrato in contatto con il virus. Questo però non significa che necessariamente si svilupperà l’AIDS. Di fondamentale importanza per evitare che ciò si verifichi -compromettendo così il sistema immunitario- è seguire una terapia farmacologica.

Sino agli anni ’90 una diagnosi di sieropositività equivaleva ad una condanna. Oggi grazie allo sviluppo di farmaci in grado di agire sui meccanismi che il virus mette in atto per replicarsi l’aspettativa di vita media di una persona sieropositiva, se trattata precocemente, è del tutto paragonabile a quella di un individuo sano. A differenza di 15-20 anni fa, dove la persona “infetta” doveva assumere sino a 15 compresse al giorno, oggi tutto può essere condensato in un’unica compressa. Non solo, a differenza dei primi antiretrovirali, oggi la tossicità di questi farmaci è pressoché assente. Grazie all’avvento di queste molecole sono state e continuano ad essere milioni le vite salvate negli anni.

Il successo delle terapie non deve fare però dimenticare che a goderne è solo una certa parte del mondo. Secondo l’ultimo rapporto UNAIDS, il programma delle Nazioni Unite per il contrasto all’AIDS, nel mondo 36,9 milioni di persone vivono con il virus ma di queste ben 15 milioni non ha accesso alle terapie. Non solo, a testimonianza del fatto che l’AIDS non deve finire nel dimenticatoio l’UNAIDS ricorda che i casi di nuovi contagi sono 1,8 milioni l’anno e stanno aumentando considerevolmente in almeno 50 nazioni.

Che di AIDS si debba sempre parlare -e in particolare in chiave preventiva- lo testimoniano anche i numeri del Vecchio Continente. Nel 2015 sono state più di 153 mila le nuove diagnosi in Europa. Di queste il 79% è stato riscontrato nell’Europa dell’Est. A preoccupare è inoltre l’identikit del nuovo “paziente sieropositivo”: oltre ad aumentare quelli che contraggono l’HIV per un ritorno nell’utilizzo di droghe iniettabili, l’incidenza maggiore nel nostro Paese riguarda la fascia di età dei giovani tra i 25 e i 29 anni. Il fatto che le diagnosi siano diffuse in questa fascia di età -il che significa la possbilità di aver contratto l’infezione anche a cavallo della maggiore età- per gli esperti è dovuto principalmente alla scarsa consapevolezza dei rischi e alla progressiva scomparsa di campagne informative. Particolarmente vulnerabile è la comunità gay: secondo il rapporto Miles to Go dell’UNAIDS gli omosessuali oggi hanno un rischio 28 volte maggiore di contrarre l’HIV rispetto agli eterosessuali.

Se da un lato si rende dunque necessario un ritorno ad investire in programmi di prevenzione, dall’altro la ricerca porterà ad un miglioramento nell’accesso alle terapie. A rivoluzionare il trattamento dell’HIV tra qualche anno saranno le nuove formulazioni dei farmaci antiretrovirali. Assunti oggi per bocca con cadenza giornaliera – condizione necessaria affinché il virus venga tenuto sotto controllo -, sono già in fase di sperimentazione avanzata molecole (i long-acting drugs) di pari efficacia alle cure tradizionali da iniettare intramuscolo dalle 3 alle 6 volte all’anno. Un vantaggio soprattutto in quei luoghi dove l’assenza di strutture sanitarie adeguate limita l’accesso giornaliero ai farmaci.

 
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