Decreto terremoto, la Camera modifichi l’articolo sulla sanatoria edilizia

Le norme sulla sanatoria degli illeciti edilizi, contenute nel Decreto terremoto, vanno cambiate. Non sbloccano la ricostruzione ma riaprono i termini del condono fino alla data del terremoto. Legambiente e Anci Marche parlano chiaro: oggi, con il voto in aula, la Camera dei deputati modifichi quell’emendamento, approvato dal Senato e lasciato tale e quale dalla Commissione Ambiente della Camera.

Queste norme, infatti, non danno risposte ai casi reali che impediscono la ricostruzione privata ma creano un pericoloso precedente, per cui per ogni evento sismico o alluvionale si potranno riaprire i termini del condono edilizio del 2003. La proposta condivisa da Legambiente e Anci, e da numerose organizzazioni professionali, produttive e della società civile, permetterebbe, invece, di rispondere efficacemente alla maggioranza dei casi sbloccando realmente la ricostruzione senza riaprire i termini del condono del 2003.

Se la Camera oggi non modificherà le norme sulla sanatoria contenute nel decreto terremoto, il provvedimento risulterà praticamente inutile, da un lato, perché sono pochi gli interventi che possono rientrare nella casistica prevista. E molto pericoloso, dall’altro, perché stabilirebbe un precedente: per la prima volta si potrebbero sanare abusi realizzati anche dopo il 2003 e fino alla data del terremoto. L’assurdità è che sono pochissimi gli interventi realizzati in questo arco di tempo nel territorio del Centro Italia, ed è evidente che chi ha scritto questo articolo probabilmente pensava a una sua applicazione in altri contesti a seguito di eventi sismici o alluvionali.

Se il motivo per cui la Commissione Ambiente della Camera non ha apportato nessuna modifica al testo uscito dal Senato è la fretta di approvare un provvedimento atteso per i suoi contenuti dal territorio del Centro Italia è davvero paradossale che non si sia ascoltata la richiesta di modifica dell’articolo 1-sexies.

Secondo le associazioni, l’emendamento allo stato attuale è un vero e proprio pasticcio normativo, che produrrà solo incertezza per i tanti interventi dove si sono fatte modifiche non sostanziali, ad esempio su porte, finestre e strutture. L’articolo prevede infatti di sanare gli interventi realizzati fino ad agosto 2016 ma di limitarne l’applicazione alle sole difformità che riguardano interventi edilizi di manutenzione straordinaria.

Ossia quelli per cui è sufficiente una segnalazione di inizio attività (SCIA), senza però contemplare gli interventi di ristrutturazione edilizia e di restauro e di risanamento conservativo. La conseguenza è che nella sanatoria rientrerebbe solo una minima parte delle difformità presenti negli edifici esistenti che hanno subito danni. Inoltre, le difformità che si intendono sanare sono solo quelle contemplate all’articolo 22, comma 1, lettera a) del Testo Unico dell’edilizia (D.P.R. 380/2001), ossia “le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni di uso”.

Ma, ad un comma successivo nell’emendamento approvato, si prevede l’aumento dal 2 al 5 per cento della tollerabilità di incremento di volumetria per cui una difformità edilizia non viene considerata tale. Quindi, le opere sanabili sono quelle che non comportano un aumento di volumetria ma nello stesso articolo si prevede la sanatoria a costo zero di un aumento di volumetria pari al 5%, con la conseguenza che non si pagheranno multe e si potrà ricevere il contributo pubblico anche per quell’aumento di volumetria.

La proposta condivisa da Legambiente e Anci Marche, e da numerose organizzazioni professionali, produttive e della società civile, permetterebbe di rispondere efficacemente alla maggioranza dei casi sbloccando realmente la ricostruzione senza riaprire i termini del condono del 2003. Si prevede infatti di allargare la casistica delle difformità edilizie da sanare, a condizione che rispettino tutte le norme urbanistiche, edilizie e antisismiche vigenti, anche per gli aumenti di volumetria previsti dalla normativa vigente (piano casa) dietro pagamento delle sanzioni previste dal T. U. Edilizia e senza il riconoscimento del contributo pubblico per la parte relativa all’incremento di volume.

La proposta offre una risposta chiara alla richiesta unanime delle comunità e dei sindaci di sbloccare la ricostruzione per evitare che al dramma del sisma segua il dramma di un ulteriore abbandono dei comuni, delle terre, delle imprese nell’area dell’Appennino centrale, già soggetto allo spopolamento. Verrebbero così approvati i progetti di ricostruzione che rispettano tutte le norme vigenti senza deroghe di nessun tipo, e chi sana gli illeciti edilizi paga alla collettività la sanzione prevista dalla norma, non ricevendo alcun contributo pubblico per la parte relativa all’incremento di volumetria.

 
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