Cos’è e come funziona la cannabis terapeutica?

C’è chi la usa per liberarsi del dolore cronico, chi per combattere l’epilessia e chi per contrastare gli effetti collaterali della chemioterapia. La cannabis ormai viene impiegata in decine di malattie, specialmente quelle neurodegenerative.

Il valore terapeutico della pianta sembra collegato al modo in cui funziona. L’organismo umano possiede già un sistema endocannabinoide, costituito da recettori che regolano lo stato psicologico e il sistema immunitario. Quando questi recettori rimangono chiusi per un malfunzionamento, si possono usare i cannabinoidi delle piante come lubrificante per regolare i segnali nervosi e restaurare l’equilibrio distortodalla malattia. I prodotti a base di cannabis si dividono in base alla varietà di pianta utilizzata e alla concentrazione di due principi attivi: il tetraidrocannabinolo (Thc) e il cannabidiolo (Cbd).

Sulla cannabis light il parere del Consiglio Superiore di Sanità è netto: nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione è necessario attivare le misure necessarie atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti. Un parere, quello degli esperti, che si basa principalmente sull’assunto che non può essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa.

Un chiarimento necessario a cui si deve sempre ricordare quello relativo alla profonda differenza tra cannabis terapeutica e cannabis light.

Cannabis terapeutica: ecco a chi può servire. Mentre la prima può essere acquistata -purtroppo non senza difficoltà- in alcune farmacie e dietro ricetta medica, la seconda pur non soddisfando criteri farmacologici è liberamente venduta in alcuni negozi a patto che il contenuto di Thc (uno dei componenti principali della cannabis) non vada oltre lo 0,2%. Vendita, di quest’ultima, che dopo il parere del Consiglio Superiore di Sanità potrebbe subire un immediato arresto.

Nel parere del Consiglio Superiore di Sanità si legge infatti che “La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine”.

Non solo, il Consiglio aggiunge anche: “non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come “sicura” e “priva di effetti collaterali” si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)”.

 
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