Sifilide, ogni anno oltre 5 milioni di persone contraggono il virus

Otre 5 milioni di contagi ogni anno. Informa l’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel mondo sono 10,7 milioni le persone contagiate di età 15-49 anni (o almeno lo erano nel 2012) e che 5,6 milioni contraggono la malattia ogni anno. Negli Stati uniti, in particolare, la prevalenza sta aumentando, soprattutto negli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini. In molti paesi in via di sviluppo a guidare la classifica sono le prostitute e i loro clienti. «Come malattia la sifilide è una grande imitatrice – scrive su mBio, la rivista della Società americana di Microbiologia, il dottor Juan C. Salazar, capo della Pediatria all’Università del Connecticut (Usa). – Può apparire come una iper pigmentazione o altre strutture».

C’è poi il fatto che la sifilide è difficile da studiare perché non si riesce a coltivare in laboratorio e neanche nei topi. A parte l’uomo, l’unico animale adatto a questi studi in un laboratorio è il coniglio. Ma il coniglio si libera alla svelta da questa malattia, così bisogna infettare nuovi esemplari regolarmente per mantenere un filone di Treponema pallidum, che è il batterio che causa la sifilide. La seconda ragione per cui è difficile studiare questa malattia sessualmente trasmissibile è che il suo batterio è molto delicato, fragile.

La gran parte dei batteri all’origine di malattie sono tosti: li si può lavare, asciugare, osservare in tutte le loro fattezze esterne con un microscopio. Il Treponema pallidum, invece, si apre, fa scivolare fuori il suo contenuto, crea un pasticcio e rende impossibile capire quali proteine potrebbero essere situate sulla sua parte esterna. E queste proteine rappresentano una chiave, la chiave attraverso cui il nostro sistema immunitario, di autodifesa, riconosce i batteri invasori. Ed è così – guarda caso – che funzionano i vaccini. E’ nel 1905 che è stato individuato il Treponema pallidum, ma in questo lunghissimo lasso di tempo – più di un secolo – nessuno è riuscito a identificare le proteine che “abitano” sulla sua membrana esterna.

La sola cosa facile in questo batterio è la sua dimensione genetica: appena 1.000 geni in totale. Il che sembrerebbe indicare questa via di indagine come la più facile. Nella ricerca Usa sono i microbiologi Melissa Caimano e Justin Radolf a cimentarsi per arrivare attraverso il codice genico a “indovinare”, a ricreare, quali proteine potrebbero essere scaturite. Ed ecco che per un percorso complesso gli studiosi sono arrivati a riprodurre le proteine e a verificare se corrispondessero alla forma nella vita reale. In seguito hanno creato degli anticorpi per le proteine e mostrato che questi anticorpi in effetti attaccavano le parti esterne dei batteri Treponema pallidum. Allora, si sono trovati i giusti marcatori, si sono trovate le proteine.

Ma queste, di solito stabili, quando si tratta di vita o di morte mutano per non essere riconosciute dal sistema immunitario. Eccola l’ulteriore difficoltà per arrivare a un vaccino e sconfiggere la sifilide. Con ulteriori ricerche gli studiosi dell’Università del Connecticut, in collegamento con diverse università sparse nel mondo, sono giunti alla possibilità di utilizzare le proteine esterne che mutano di meno per immunizzare un coniglio: prima possibile prova per un vaccino.

“Il nome vero del batterio della sifilide è Spirochete – esordisce lo specialista Antonio Cristaudo, direttore dell’Istituto dermatologico Malattie sessualmente trasmissibili al San Gallicano Irccs di Roma. – E’ stato soprannominato “pallidum” perché non si riusciva a colorarlo nelle colture di laboratorio. E la grande difficoltà è che non si riesce neppure a coltivarlo. Nella ricerca del Connecticut sono partiti dalla mappatura genetica di materiale proveniente da località molto lontane e hanno visto che i batteri sono sempre uguali in ogni parte del mondo. Si trovasse il vaccino, dunque, sarebbe utilizzabile ovunque”. Ma la meta non è vicina, avverte il dottor Cristaudo. E’ vero che sono stati prodotti degli anticorpi da certe proteine del batterio, ma siamo ancora lontani dalle prove su animale e ancor di più, ovviamente, sull’uomo.

Il decorso della sifilide è ripartito in tre 3 fasi cliniche sintomatiche e sequenziali, separate da periodi in cui l’infezione è asintomatica e latente.

Lo stadio iniziale dell’infezione (sifilide primaria) inizia dopo circa 3-4 settimane dal contagio. Nel punto di ingresso del Treponema pallidum compare una lesione chiamata sifiloma: si tratta di una papula rossa a base solida e dalla forma tondeggiante, solitamente indolore. Il sifiloma forma rapidamente un’ulcera, esponendo un fondo di colore rosso vivo, dal quale fuoriesce un essudato sieroso che contiene numerose spirochete. Nell’uomo, questa lesione compare più frequentemente a livello di pene, ano o retto (a seconda del punto in cui è avvenuto il contagio); nella donna, può insorgere su vulva, vagina e perineo; in entrambi i sessi, altre possibili sedi di comparsa sono le labbra e all’interno del cavo orale. Dopo circa una settimana dalla comparsa del sifiloma, i linfonodi limitrofi aumentano di volume. I sintomi del primo stadio tendono a scomparire dopo 4-6 settimane, anche senza un trattamento.

Dopo un primo esordio, la malattia si manifesta con lesioni cutanee e genitali, accompagnate da sintomi simili all’influenza. La sifilide secondaria inizia dopo 3-6 settimane dal sifiloma ed è caratterizzata da manifestazioni sistemiche dovute alla proliferazione e alla diffusione del T. pallidum in tutto l’organismo, tra cui febbre, debolezza, rigidità nucale, cefalea, alterazioni comportamentali e malessere generale. Come anticipato, i sintomi più importanti della sifilide secondaria si manifestano però a livello di cute, mucose e annessi: compare un’eruzione cutanea generalizzata che può avere un aspetto molto variabile. Ad esempio, possono insorgere piccole macchie rosse, rotondeggianti e diffuse, che ricordano l’esantema tipico del morbillo. Anche queste manifestazioni scompaiono spontaneamente dopo qualche settimana. Il paziente, dopo la regressione della fase secondaria, entra poi in un lungo periodo di latenza, che può durare mesi o addirittura anni. Durante questo periodo, il paziente non presenta sintomi, tuttavia l’infezione e la contagiosità rimangono.

Quando il T. pallidum si “riattiva” (fase terziaria) può provocare danni permanenti a cuore, ossa, pelle e altri organi. Nella sifilide terziaria le manifestazioni di maggior rilievo sono però a carico del sistema nervoso centrale. Nella sua fase finale, la degenerazione progressiva può danneggiare il cervello e il midollo spinale, provocando alterazioni della personalità, demenza e paralisi progressiva, fino a portare alla morte del paziente.

La sifilide può essere diagnosticata in qualsiasi stadio con test sierologici e con analisi aggiuntive. La terapia antibiotica di elezione è a base di penicillina. Solo nei pazienti allergici a questo principio attivo si ricorre ad altri farmaci, come la doxiciclina e la tetraciclina. La terapia, chiaramente, è più efficace se iniziata negli stadi precoci.

 
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