Basta Pfas, Legambiente consegna al ministro dell’Ambiente le firme della petizione

Il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, insieme a Piergiorgio Boscagin del circolo Legambiente Perla Blu di Cologna Veneta (Vr) e del Coordinamento Acqua Libera dai Pfas, ha consegnato questa mattina al ministro dell’Ambiente Sergio Costa le firme raccolte per la petizione “BASTA PFAS” proposta da Legambiente e dal Coordinamento Acqua Libera dai Pfas. Ad oggi, sono 14.306 i cittadini che chiedono di normare la presenza delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque di falda, uniformandola ai valori più restrittivi vigenti nel mondo.

A cinque anni dalla conferma dell’inquinamento da pfas in Veneto, che secondo l’Arpa regionale comincia già dalla fine degli anni 70, la nostra normativa nazionale e regionale prevede, infatti, limiti assolutamente insufficienti e ancora mancano limiti precisi per le matrici alimentari e per la presenza dei contaminanti in questione nei terreni.

L’inquinamento interessa tre province venete: Vicenza, Verona e Padova. In particolare i 24 Comuni inseriti dalla Regione Veneto nella cosiddetta “zona rossa”. La maggior indiziata, secondo le analisi di Arpa Veneto è la Miteni Spa, ex Rimar, una fabbrica chimica che insiste sui territori di Trissino (Vicenza) e che già nel 1977 si era resa responsabile dell’inquinamento delle falde dei Comuni di Creazzo, Sovizzo e Monteviale.

“Convinti che queste sostanze tossiche non debbano in alcun modo essere presenti nelle acque, nei terreni, negli alimenti né tanto meno nel nostro sangue e in quello dei nostri figli – scrivono al ministro Costa, nella lettera di accompagnamento alle firme, Stefano Ciafani, Piergiorgio Boscagin e il presidente di Legambiente Veneto Luigi Lazzaro – le chiediamo di attivarsi in prima persona per la messa al bando delle sostanze perfluoroalchiliche, in modo da tutelare l’ambiente e la salute di tutti i cittadini, e far sì che l’Italia sia un esempio virtuoso per tutti i Paesi dell’Unione Europea”.

È di ieri sera, intanto, il primo voto in commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo sulla proposta di testo della nuova direttiva Acque potabili, compresi i nuovi limiti per i pfas. Il primo passo di un iter ancora lungo. Il testo introduce limiti più stringenti rispetto a quelli attualmente in vigore in Veneto, ma per Legambiente ancora insufficienti.

Le analisi, avviate dalla Regione Veneto nel 2016 sulla popolazione residente nella zona rossa hanno rilevato nel sangue del 30% almeno della popolazione analizzata finora valori altissimi delle sostanze perfluoroalchiliche, e stanno purtroppo dimostrando quanto si temeva da tempo.

In testa alle criticità che Legambiente sottopone al ministro sulla questione, c’è dunque il tempo trascorso dall’inizio della vicenda, che mette a repentaglio la salute delle persone e lascia nell’incertezza sulla contaminazione degli alimenti e sulle precauzioni da adottare. Risale, infatti, al 2013 la conferma dell’inquinamento da pfas delle acque di falda e delle acque potabili, e la richiesta dell’Istituto Superiore di Sanità ai gestori coinvolti e alla Regione Veneto di far fronte all’emergenza.

Ad oggi, però, né la fonte di inquinamento è stata rimossa, né sono iniziati i lavori per le prese di approvvigionamento da fonti sicure per gli acquedotti inquinati. In pratica, nessuna delle indicazioni ha visto il suo completamento lasciando ancora il territorio in emergenza, nonostante le fonte primaria d’inquinamento sia da molto tempo ben individuata. Mancano ancora indicazioni precise sull’uso delle acque superficiali contaminate destinate all’irrigazione di colture agricole. Manca, di fatto, una mappa completa dei pozzi di captazione ad uso privato, sia per la zona rossa, sia per le zone limitrofe, e, in particolar modo, per la zona arancione colpita in passato da un grave inquinamento dell’allora Rimar.

“Sin dall’inizio di questa vicenda – prosegue la lettera di Legambiente a Costa – assistiamo in varie occasioni a continui rimpalli di responsabilità e di competenze tra i vari enti locali, regionali e nazionali, soprattutto per ciò che riguarda i fondi per la realizzazione delle nuove prese a servizio dei gestori dei servizi idrici e per l’istituzione di limiti normativi alla presenza di PFAS nelle acque. Appare dirimente un chiarimento sulle competenze e una maggiore collaborazione tra le istituzioni con l’obiettivo comune di arrivare quanto prima alla soluzione del problema”.

Legambiente sottolinea, poi, la stringente necessità della bonifica del territorio e del potenziamento delle indagini del Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma dei Carabinieri, di cui una relazione preliminare ha evidenziato che la condotta omissiva del gestore, iniziata nel 1990 e proseguita finora, ha comportato che l’inquinamento da PFAS (e forse anche da altre sostanze non indagate, come verosimilmente i BTF) si propagasse nella falda provocando il deterioramento dell’ambiente, dell’ecosistema nonché probabili ricadute sulla salute della popolazione residente che per anni potrebbe aver assunto acqua contaminata. In questo quadro, l’associazione ritiene, inoltre, prioritaria la valutazione della sussistenza della nuova ipotesi introdotta dalla recente legge sugli ecoreati, che prevede, tra l’altro, la responsabilità giuridica delle aziende e l’obbligo di bonifica.

 
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