In Europa un terzo dell’ortofrutta va al macero per motivi estetici

La forma dei frutti e delle verdure non sempre è perfetta, ma questo non significa che non siano comunque buone da mangiare. Uno studio dell’università di Edimburgo , pubblicato su Journal of Cleaner Production ha evidenziato come un terzo dell’ortofrutta coltivata nel nostro continente sia troppo “brutta” per poter essere venduta. Il totale è di circa 50 milioni di tonnellate di cibo commestibile in realtà al 100%. L’indagine sottolinea: non si tratta di cibo esposto in vendita ma scartato dai consumatori, bensì di frutta e verdura che non raggiungono neanche i punti vendita.

Gli standard della grande distribuzione organizzata sono così alti che le aziende agricole che vendono ai supermercati “generalmente producono più cibo di quanto preveda il contratto, mettendo in conto che una parte del raccolto non verrà ritenuta idonea per essere venduta”,
spiegano i ricercatori. Ma anche la frutta irregolare e un po’ ammaccata ha bisogno di essere seminata, irrigata e raccolta. E questo si traduce in un enorme spreco di soldi, di risorse alimentari e una notevole quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera in modo del tutto inutile.

Eppure questi prodotti un mercato potrebbero averlo. Potrebbero essere venduti a pezzetti, utilizzati per produrre piatti pronti o donati a chi ne ha più bisogno, suggeriscono gli stessi ricercatori. In Europa qualche iniziativa è stata presa. La catena tedesca di supermercati Lidl, ad esempio, per ridurre lo spreco di ortofrutta ha lanciato la campagna Too Good To Waste in alcuni punti vendita del Regno Unito: ogni giorno vengono vendute cassette da 5 chili di frutta e verdura leggermente danneggiate a prezzo ridotto. Un’iniziativa simile è stata presa dalla catena olandese Albert Heijn.

“È stato dimostrato che i consumatori, soprattutto se la frutta non perfetta viene messa in vendita a un prezzo più basso, sono molto propensi ad acquistarla – spiega a National Geographic Silvia Gaiani, ricercatrice all’università di Bologna nel dipartimento di Scienze e tecnologie agro-alimentari. “La questione resta comunque molto complessa: supermercati e consumatori si influenzano a vicenda”, continua la ricercatrice.

Un’altra grossa fetta di spreco alimentare è costituita da quello che gettiamo nelle nostre case. Gaiani ha pubblicato, insieme a Sandra Caldeira, Valentina Adorno, Andrea Segré e Matteo Vittuari una ricerca sullo spreco di cibo in Italia. In particolare i ricercatori hanno individuato nove profili di consumatori. La buona notizia è che il profilo più ricorrente (il 35% del campione) è quello del consumatore “sensibile” che butta il cibo nella spazzatura solo quando è strettamente necessario, ad esempio se si è creata muffa, o se è diventato maleodorante. Queste persone cestinano in media 4,8 euro di cibo a settimana.

La cattiva notizia è che la media nazionale è di 7 euro di cibo a settimana buttato via. Dall’altra parte della classifica, infatti, ci sono gli “accumulatori ossessivi”, che hanno il terrore del frigorifero vuoto e comprano troppi prodotti, con il risultato che oltre 12 euro di spesa a settimana finiscono nell’immondizia. Oppure gli “sperimentatori disillusi”, attratti dalle offerte speciali e sempre disponibili a provare qualche nuovo alimento che, però, spesso è sgradito al palato.

 
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