Costa, Italia si candida a ospitare Cop26 sul clima

L’Italia si candiderà per ospitare la COP26. E’ quanto si legge in un tweet del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che così ufficializza da Katowice, dove è attualmente in corso la Cop24, la candidatura del nostro Paese ad ospitare la conferenza Onu per il clima per il 2020.

“È la vittoria della mobilitazione della società civile e di tutti coloro che vogliono un’Italia 100% rinnovabile e leader nella battaglia contro i cambiamenti climatici” commenta l’ex ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e presidente della Fondazione Univerde che ha lanciato su Change.org la petizione “SalvaClima” per sostenere la candidatura dell’Italia come Paese ospitante, e in pochi giorni ha superato 100.000 firme.

Anche la Gran Bretagna ha ufficializzato la propria candidatura “per il critico summit” ha detto il ministro dell’Energia e della crescita pulita Claire Perry. La Cop del 2020 viene considerata infatti cruciale per la piena operatività dell’accordo di Parigi del 2015 verso la riduzione delle emissioni di CO2 e la decarbonizzazione, per contenere nei 2 gradi l’aumento medio della temperatura globale entro fine secolo rispetto all’era preindustriale. Obiettivo, tuttavia, alla situazione attuale praticamente impossibile.

La scelta sulla Conferenza delle parti del 2020  sarà fatta l’anno prossimo. Nell’agenda stilata durante la Cop24 in Polonia, infatti, è stata inserita solo la decisione sulla sede della prossima edizione. È il turno del gruppo dei paesi latinoamericani e dei Caraibi e si sono candidate Costa Rica e Cile. Il Brasile, che aveva presentato la propria candidatura, si è infatti ritirata.

Il presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, ha ribadito oggi che intende proporre modifiche all’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, avvertendo che se non fossero accolte ritirerebbe il suo paese dall’intesa globale. “Quando diventerò presidente intendo suggerire dei cambiamenti (all’Accordo di Parigi) e se non ci sono questi cambiamenti allora ci ritireremo”, ha detto Bolsonaro, aggiungendo in tono polemico: “quanti paesi non lo hanno firmato, questo accordo?”. “Perché il Brasile deve fare la parte del politicamente corretto e firmare un accordo che è potenzialmente negativo per la nostra sovranità nazionale?”, si è chiesto il presidente eletto, che assumerà il suo mandato il prossimo 1° gennaio. Non è la prima volta che Bolsonaro minaccia di ritirarsi dall’Accordo di Parigi.

Due settimane fa, il presidente francese Emmanuel Macron lo ha avvertito che se il suo governo diserta l’intesa sul cambiamento climatico la Francia potrebbe non sottoscrivere l’accordo di libero scambio fra l’Unione Europea e il Mercosur. Ieri, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha osservato che l’atteggiamento di Bolsonaro rappresenta “un ostacolo” nella trattativa fra Bruxelles e il blocco regionale che riunisce Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay.

“Da Katowice deve arrivare una decisione che inviti i Paesi a rivedere e migliorare i propri obiettivi climatici nazionali entro il 2020 alla luce del Report Ipcc su 1,5 gradi”, di aumento medio della temperatura globale entro fine secolo, rispetto ai livelli preindustriali. Lo auspica Mariagrazia Midulla, responsabile Energia e Clima del Wwf Italia che insieme al Team internazionale è a Katowice per seguire i negoziati della Cop24. Midulla afferma che “abbiamo bisogno anche di un ‘Libro delle Regole’ (Rulebook) forte come primo passo per consolidare il meccanismo di ambizione dell’accordo di Parigi. Il dialogo di Talanoa ci ha portato molti esempi che mostrano che l’azione per il clima è possibile.

Ora tocca ai negoziatori e ai ministri rispondere alle persone che rappresentano in questi colloqui”. In questo quadro, prosegue Midulla, “quello dato ieri dal ministro dell’Ambiente dell’Italia Sergio Costa che ha annunciato l’adesione alla Coalizione ‘Per ambizioni più alte’, è un segnale estremamente importante che speriamo sia d’esempio ad altri paesi oltre a quelli che hanno già firmato. Per quanto riguarda i cambiamenti climatici non si deve più parlare di urgenza come si è fatto negli ultimi 10 anni: si tratta di una vera e propria emergenza. Il rapporto dell’Ipcc sul riscaldamento globale a 1,5 gradi globale è chiaro: le emissioni devono essere ridotte almeno del 45% a livello globale entro il 2030. La sopravvivenza di persone, specie ed ecosistemi dipende da questo”, conclude.



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