Autonomia delle Regioni, Legambiente: aumenteranno le differenze sociali ed economiche tra Nord e Sud del Paese

Il percorso di riforma delle autonomie locali, con il trasferimento dei poteri dello Stato su 23 materie e delle relative risorse alle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che sta per essere sottoscritto dal Governo, non convince Legambiente che esprime preoccupazione in merito come si legge nella nota preparata dalla Segreteria nazionale.

Per l’associazione ambientalista, che si batte da sempre per un corretto esercizio dei ruoli e delle competenze tra Stato, Regioni e Enti Locali, con questa riforma si rischia solo di allargare le differenze sociali ed economiche tra Nord e Sud del Paese già evidenti oggi, come dimostrano quelle relative al Servizio nazionale sanitario o al sistema scolastico solo per fare due esempi, e che si crei una frattura irreversibile nella stessa idea di parità di accesso a servizi essenziali o di diritto alla fruizione di beni pubblici da parte dei cittadini del nostro Paese.

Inoltre l’errore più grave che si potrebbe compiere in campo ambientale nel nostro Paese, sarebbe proprio nel rinunciare al ruolo di indirizzo, coordinamento e controllo da parte dello Stato. Senza contare che in questo percorso di riforma, si è escluso il Parlamento ma anche le altre Regioni dal percorso di condivisione, quando pure ne subiranno le conseguenze.

Per questo Legambiente chiede di ripensare il percorso di autonomia differenziata proposto dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna e di aprire un confronto in Parlamento e con i cittadini di tutto il Paese su una riforma dei poteri dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali che garantisca a tutti gli stessi diritti, ambientali e non solo, innalzando gli standard minimi di servizi e presìdi in tutto il Paese, compresi la scuola e la sanità, contrariamente a quanto fatto fino ad oggi con le autonomie già previste da decenni e con quelle che si prospettano in futuro con la riforma in via di definizione.

La dimensione delle materie in gioco – materie che oggi sono a “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni, come ad esempio la tutela della salute e della sicurezza del lavoro, l’alimentazione, la protezione civile e il governo del territorio, i trasporti e l’energia. Ma anche materie di competenza esclusiva” dello Stato, come le norme generali su istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, sulle quali si vuole intervenire – è enorme. In campo ambientale – si legge poi nella nota scritta a firma dall’associazione – il trasferimento alle Regioni delle competenze e risorse in materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, di governo del territorio, di trasporti ed energia risulta un errore che potrebbe avere conseguenze disastrose. Lo Stato devo comunque mantenere i suoi poteri su temi che non possono essere tutelati in modo diverso in Calabria e in Lombardia, perché gli effetti sulla salute delle persone e sulla sopravvivenza degli ecosistemi sono gli stessi. Inoltre non possono essere messe in discussione le garanzie di tutela ambientale che devono valere in tutto il Paese e il principio per cui il sistema pubblico dei controlli ambientali debba funzionare allo stesso modo in tutto il Paese, dalla Sicilia alla Lombardia”.

Ad esempio, proprio la delega dello Stato alle Regioni in vigore dagli anni ’90 sul funzionamento e sul potenziamento delle Agenzie per la protezione dell’ambiente (Arpa) ha portato all’attuale sistema distorto dei controlli a macchia di leopardo sul territorio nazionale che la legge 132 del 2016 che ha istituito il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) sta cercando di superare, centralizzando competenze e prevedendo Lepta, livelli essenziali di prestazione di tecniche ambientali, comuni per tutte le Regioni.  Semmai il tema è proprio quello della inefficace ruolo di indirizzo svolto dallo Stato in questi anni nel garantire che tutte le Regioni esercitassero allo stesso modo le loro competenze, per cui troppo spesso abbiamo subito procedure di infrazione europee e non sono stati rispettati i diritti per tutti i cittadini di bere un’acqua pulita o di poter accedere a spiagge con mare balneabile. Questa inefficienza è tra le cause che hanno dato origine a disuguaglianze in varie parti del Paese, ritardando fino ad oggi l’indispensabile avvio di un percorso utile a stimolare le amministrazioni regionali che hanno mal governato in questi anni a focalizzare il proprio impegno nell’aumento degli standard dei loro servizi.

Pensiamo anche alla disastrosa situazione che riguarda il settore delle attività estrattive, una materia trasferita alle Regioni e ostaggio di potenti lobbies: in molte realtà non esistono regole elementari di tutela e di governo dell’attività e in alcune Regioni non si pagano canoni per estrarre materiali di pregio da parte di attività che devastano il paesaggio. Oppure al settore delle acque minerali, dove la situazione è molto simile, con canoni regionali che in alcuni casi vengono commisurati solo sulle superfici delle concessioni a prescindere dai volumi di acqua emunta o imbottigliata. O a quello delle concessioni balneari che oggi garantisce un’occupazione privata di aree demaniali a fronte di canoni di concessione irrisori senza prevedere alcun criterio di premialità per la qualità dell’offerta turistica. E che dire della grande emergenza dei cambiamenti climatici: come si può pensare di realizzare l’accelerazione delle decisioni per rendere più sostenibili il sistema energetico, dei trasporti o quello industriale senza una forte regia nazionale e un’impronta solidaristica tra le Regioni?

Nessun territorio si può salvare da solo dagli effetti dei cambiamenti climatici né da solo può realizzare quella riduzione delle emissioni climalteranti o inquinanti (si pensi alla lotta al gravissimo inquinamento atmosferico in Pianura padana) di cui abbiamo bisogno. L’idea stessa che si possano avere scelte differenti che riguardano le politiche energetiche o gli investimenti sul trasporto pubblico locale e dei pendolari, o diverse regole di autorizzazione degli impianti produttivi, tra le Regioni su temi così delicati è stata più volte criticata dalla nostra associazione, dagli enti locali (come nel caso delle stesse regioni del Nord Italia nella lotta allo smog) ma anche dal sistema delle imprese che invece chiede regole chiare e omogenee. Una posizione ribadita anche negli ultimi mesi nella discussione che riguarda la procedura “End of waste” per facilitare il riciclo dei rifiuti e per ridurre i flussi nelle discariche o negli inceneritori, che se lasciata alle sole Regioni senza un necessario e forte indirizzo nazionale (e auspicabilmente anche europeo) creerebbe problemi rilevanti di gestione e maggiori costi per le imprese tra territori anche limitrofi.

Legambiente crede in un modello di autonomia regionale e comunale costruito intorno al principio di responsabilità, che vuole dire esercizio diretto di competenze ma anche di stare dentro un sistema di controlli e garanzie. Per questo riteniamo giusto trasferire compiti amministrativi contestualmente ad un controllo efficace da parte dello Stato e un buon funzionamento della pubblica amministrazione, come ad esempio le autorizzazioni in tutte le Regioni dove è stato approvato un piano paesaggistico di comune accordo con il Ministero dei Beni Culturali.

Gli esempi potrebbero essere diversi, ma il principio di una legislazione concorrente con un ruolo dello Stato in materie come quelle ambientali e che riguardano i diritti essenziali dei cittadini non può essere in alcun modo messo in discussione. Semmai la riflessione che si dovrebbe aprire riguarda il ruolo dei Comuni e delle Città metropolitane, perché qui troviamo troppo spesso poteri di intervento di grande potenziale impatto a fronte di risorse economiche inadeguate. L’associazione ambientalista ritiene che sia questa la direzione di modifica dei poteri tra livelli istituzionali nella quale occorra guardare per garantire una efficace gestione della pubblica amministrazione, in una corretta e trasparente autonomia dei poteri, di responsabilità e solidarietà, di cui potrebbero beneficiare tutti i cittadini, di ogni Regione, e che potrebbe svolgere un ruolo importantissimo anche nel rilancio del Paese.

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