Mafia, morto suicida Rocco Greco, imprenditore antiracket: denunciò i boss ma fu punito dallo Stato

Rocco Greco si è tolto la vita dopo che la sua azienda era stata privata di importanti appalti. “Una decisione che mi è costata cara” – Prima di prendere la tragica decisione, Greco negli ultimi tempi continuava a dire alla moglie che “denunciare i boss del pizzo mi è costato caro”.

Una storia che comincia nel 2007, quando l’imprenditore di Gela denuncia i capi della Stidda e di Cosa Nostra, riuscendo a coinvolgere altri sette imprenditori. Ci furono undici arresti nell’operazione Munda mundi grazie a quelle denunce, e poi le condanne confermate in Cassazione. Nelle pieghe degli atti però rimangono le accuse degli imputati che di quegli imprenditori dissero che “pagavano il nostro sostegno e si spartivano gli utili”. Nulla di vero, a guardare i vari gradi di giudizio, che stabiliscono che quegli imprenditori erano vittime. Quelle vittime però, dice il Viminale, avevano avuto rapporti con i boss e quindi “c’è il rischio di infiltrazioni mafiose nell’azienda”.

I ricorsi e il tragico finale – All’interdittiva per Greco sono seguite le revoche di tutte le commesse, pubbliche e private, per la ditta. Il figlio Francesco dice che “sono stati licenziati 50 operai”. L’imprenditore ha fatto ricorso, ma il Tar non ha concesso la sospensiva. Greco aveva appena stabilito con il suo avvocato di far scattare un nuovo ricorso. Il giorno dopo l’appuntamento nello studio legale, mercoledì 27 febbraio, si è svegliato presto ed è uscito per andare in azienda. Lo hanno trovato poco dopo, senza vita, in un container. Non aveva lasciato neanche un biglietto.

Il giudice: “Fu solo vittima” – Non era bastata l’assoluzione in tribunale, dove il giudice, dice il figlio Francesco, “aveva ribadito che Rocco Greco era stato vittima della mafia, non socio in affari dei boss”. La sua ditta, la “Cosiam srl”, non era stata inserita nella white list per la ricostruzione post terremoto in Centro Italia per decisione della “Struttura di missione antimafia sisma”. “Eppure aveva scelto di denunciare”, afferma l’avvocato Alfredo Galasso, legale di tante parti civili a Palermo.

“Una decisione che mi è costata cara” – Prima di prendere la tragica decisione, Greco negli ultimi tempi continuava a dire alla moglie che “denunciare i boss del pizzo mi è costato caro”. Una storia che comincia nel 2007, quando l’imprenditore di Gela denuncia i capi della Stidda e di Cosa Nostra, riuscendo a coinvolgere altri sette imprenditori. Ci furono undici arresti nell’operazione Munda mundi grazie a quelle denunce, e poi le condanne confermate in Cassazione. Nelle pieghe degli atti però rimangono le accuse degli imputati che di quegli imprenditori dissero che “pagavano il nostro sostegno e si spartivano gli utili”. Nulla di vero, a guardare i vari gradi di giudizio, che stabiliscono che quegli imprenditori erano vittime. Quelle vittime però, dice il Viminale, avevano avuto rapporti con i boss e quindi “c’è il rischio di infiltrazioni mafiose nell’azienda”.

i ricorsi e il tragico finale – All’interdittiva per Greco sono seguite le revoche di tutte le commesse, pubbliche e private, per la ditta. Il figlio Francesco dice che “sono stati licenziati 50 operai”. L’imprenditore ha fatto ricorso, ma il Tar non ha concesso la sospensiva. Greco aveva appena stabilito con il suo avvocato di far scattare un nuovo ricorso. Il giorno dopo l’appuntamento nello studio legale, mercoledì 27 febbraio, si è svegliato presto ed è uscito per andare in azienda. Lo hanno trovato poco dopo, senza vita, in un container. Non aveva lasciato neanche un biglietto.

 
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