Cannabis, è reato vendere prodotti derivati: dopo la decisione della Cassazione parla il medico

Per la Cassazione, la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis”, come l’olio, le foglie, le infiorescenze e la resina. Lo hanno deciso le sezioni unite penali della suprema corte che così danno uno stop alla vendita della ‘cannabis light’.

La commercializzazione di ‘cannabis sativa L’. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n.242 del 2016 che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa” delle varietà per uso a fini medici, “pertanto integrano reato”, afferma la Cassazione nella sua massima sulla ‘cannabis light’, “le condotte di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della ‘cannabis sativa L.’, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. Saranno dunque i giudici di merito, di volta in volta, a valutare quale sia la soglia di ‘efficacia drogante’ che rientra nei ‘parametri’ del consentito. Il verdetto emesso dalle Sezioni Unite si è concluso con l’annullamento con rinvio della revoca di un sequestro di prodotti derivati dalla cannabis, come chiesto in subordine dal Pg della Suprema Corte che si era espresso per l’invio degli atti alla Consulta, come prima indicazione.

Cannabis light, parla il medico

Riccardo Gatti, direttore del dipartimento interaziendale Dipendenze di Milano (Asst Santi Carlo e Paolo), commentando all’AdnKronos Salute la decisione della Cassazione.

“Mi sembra che il consumatore non sia tutelato in questo quadro e che la situazione vada risolta. Nel dibattito sul proibizionismo o meno chi non ha garanzie a oggi è chi va a comprare questi prodotti, che si deve fidare solo delle garanzie date dai pur onesti venditori. E il risultato è che di fatto la cannabis è diventata una sorta di brand e tutto quello che vi si ispira, fa vendere”.

“Il guaio di questa incertezza di legge ha fatto emergere un problema storico: le droghe sono quelle cose che la legge definisce come tali e tutto il resto non può definirsi droga. Io che faccio il medico sono preoccupato perché – ribadisce – in questa situazione il consumatore non viene tutelato”.

E ancora: “Sono preoccupato perché viene messo in commercio un prodotto definito ‘non per uso umano’, che poi però le persone consumano. Il presupposto è che tanto non fa nulla, perché i livelli di Thc sono molto bassi e quindi, per la legge, la cannabis light non è una droga. Ma la cannabis non contiene solo il Thc come principio attivo: quest’ultimo è solo il parametro che si utilizza per dire se si è davanti a una droga o meno – prosegue -. Poniamo che non sia una droga: ai sensi della legge, bisognerebbe considerare le altre centinaia di principi, fra cui il Cbd. Questi principi sono ‘attivi’, appunto, perché hanno un loro effetto. Alcuni effetti sono stati studiati, altri non sono stati studiati – conclude -, altri ancora sono stati dimostrati terapeutici”.



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