La foresta amazzonica non è il polmone verde del mondo, ecco perchè

La foresta amazonica non è il polmone verde del mondo e non produce il 20% dell’ossigeno sulla Terra. Tutte le foreste tropicali producono con la fotosintesi clorofilliana, circa il 20% dell’ossigeno. La sola foresta amazzonica ne produce forse il 6% (ma forse molto meno). Inoltre gran parte dell’ossigeno che viene espulso dalle piante è assorbito per la respirazione dalle piante stesse, dagli animali e dagli altri viventi, come funghi e batteri.

Nei fatti quasi tutto l’ossigeno respirabile ha origine negli oceani, e ce n’è abbastanza per respirare per milioni di anni”.

A fare chiarezza su un tema che sta tenendo alta l’attenzione del mondo dopo gli incendi di questi giorni, e ripreso anche in un tweet del presidente francese Macron, è il fisico dell’atmosfera della Colorado State University, Scott Denning, in un articolo sul sito The Conversation, in cui ricorda, però, come la foresta brasiliana sia comunque essenziale per la sopravvivenza del Pianeta.

Le foreste tropicali, sottolinea Denning, contengono molte specie di animali e piante che non si trovano altrove, oltre a stoccare grandi quantità di carbonio che contribuirebbe altrimenti ai cambiamenti climatici.

“Non solo – commenta Isabella Pratesi, che dirige il programma di conservazione del Wwf Italia – un altro aspetto fondamentale è la capacità di pompare acqua dall’atmosfera al suolo, con gli alberi che attirano grandi masse umide e, come dicono gli indigeni, ‘fanno piovere’. Con la perdita della foresta si favorisce una siccità che influenza tutta la regione, non solo l’Amazzonia”.

Per i satelliti europei, roghi più che triplicati

Rispetto all’agosto del 2018, il numero di roghi in Amazzonia è più che triplicato. Secondo le immagini del satellite europeo sentinella della Terra, Sentinel-3, del programma Copernicus, sono 3.951 i roghi registrati nelle notti dall’1 al 24 agosto 2019, rispetto ai 1.110 dello stesso periodo dell’anno precedente. Le foto mostrano come “le fiamme devastano l’Amazzonia”, scrive l’Agenzia Spaziale Europea (Esa). “Oltre al Brasile – aggiunge l’Esa – le fiamme stanno colpendo anche parte di Perù, Bolivia, Paraguay e Argentina”, liberando nell’atmosfera inquinanti come il monossido di carbonio. Anche l’astronauta italiano dell’Esa, Luca Parmitano, dal suo punto di vista privilegiato sulla Stazione Spaziale (Iss), a circa 400 chilometri di quota, ha negli occhi lo stesso scenario.

“Dove c’era foresta, ora ci sono campi. Questo è quello che io vedo”, scrive nel suo ultimo tweet del 28 agosto AstroLuca, che nei giorni scorsi aveva immortalato “il fumo di decine e decine di incendi dolosi, visibile per migliaia di chilometri”. I ricercatori dell’Esa hanno analizzato 249 immagini dell’agosto 2018 e 275 foto dello stesso periodo del 2019. “Le immagini mostrano circa 4.000 roghi”, scrive l’Esa. “Si tratta di scatti notturni, che fanno parte dell’Atlante mondiale degli incendi, realizzato grazie al satellite Sentinel-3. L’Amazzonia – concludono gli esperti – oltre a essere il polmone della Terra, è cruciale per aiutare a regolare il riscaldamento globale, perché la foresta assorbe milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno”.



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