Sepsi: Uccide 60 mila italiani all’anno

La sepsi è una patologia ancora poco nota eppure sono oltre 26 milioni gli individui colpiti in tutto il mondo; in Europa si verificano circa 400 casi di sepsi su 100.000 abitanti ogni anno, con un’incidenza che supera quella dell’infarto del miocardio e dei tumori. Dati allarmanti sono anche in Italia dove si stima che ci siano 60.000 morti all’anno per sepsi.

La patologia può colpire chiunque, ma soprattutto le persone con ridotte difese immunitarie, gli anziani e i bambini. È importante la prevenzione con adeguati programmi di controllo delle infezioni negli ospedali. L’igiene delle mani è fondamentale e rappresenta il fattore più importante per ridurre il rischio di contrarre la malattia nelle strutture sanitarie. Inoltre, almeno il 20% dei casi di sepsi può essere evitata attraverso il rigoroso rispetto delle norme igieniche.

Se si manifesta, è opportuno combatterla attraverso una diagnosi precoce e un’adeguata terapia antibiotica. “Il precoce riconoscimento e il trattamento immediato – spiega Massimo Antonelli, Presidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) -, sono i capisaldi del successo contro questa patologia”.

Da anni i ricercatori lavoravano per avere la significativa conferma del ruolo di Pentraxina3 nel rilevare il rischio di complicanze e mortalità nei pazienti con sepsi, un’infezione generalizzata a tutto l’organismo dovuta all’ingresso nel circolo sanguigno di batteri. “Si era già vista la correlazione tra più alto rischio di mortalità e più alti livelli di PTX3 nel sangue nell’infarto – spiega Barbara Bottazzi, Principal Investigator del Laboratorio di Immunofarmacologia di Humanitas –. Questo studio, condotto su 958 pazienti ricoverati per sepsi grave in diversi reparti di Terapia Intensiva, conferma il ruolo di PTX3 come indicatore di diagnosi e prognosi. I tempi per un impiego nella vita reale saranno ancora lunghi, ma questo studio apre le porte ad un possibile utilizzo di PTX3 quale indicatore di severità nei pazienti con sepsi”.

“I risultati dello studio – aggiunge Roberto Latini, Capo del Dipartimento di Ricerca Cardiovascolare dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – condotto su una parte dei pazienti dello studio ALBIOS hanno dimostrato la validità di PTX3 come indicatore prognostico. Infatti abbiamo rilevato che alti livelli di PTX3 al giorno 1 erano associati a maggiore gravità del paziente (shock settico) ed erano in grado di predire l’insorgenza di gravi complicanze a carico del sistema cardiovascolare, coagulativo e renale. Di conseguenza, una minore riduzione dei livelli di PTX3 nel tempo si associava ad un maggior rischio di mortalità del paziente.

“Questo, per il medico – conclude Pietro Caironi, del Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza Urgenza, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico di Milano – significherà poter valutare precocemente il rischio del paziente settico di andare incontro a complicanze gravi per le quali ci sono ancora poche armi terapeutiche, come ad esempio la compromissione del sistema coagulativo”.

I ricercatori hanno utilizzato parte dei dati di 1.818 pazienti dello studio ALBIOS (ideato e realizzato dal Prof. Luciano Gattinoni per confrontare i protocolli di trattamento di reidratazione nei pazienti settici) ricoverati per sepsi grave o shock settico in 100 reparti di Terapia Intensiva italiani. I livelli di PTX3 sono stati misurati in una sottopopolazione di 958 pazienti a 1, 2 e 7 giorni dal ricovero.

Rilevazione della sepsi in meno di 30 minuti. “Per una malattia acuta come la sepsi, che progredisce molto rapidamente e può essere pericolosa per la vita, è utile disporre di un sistema che misura rapidamente questi biomarcatori non abbondanti”, afferma il primo autore Dan Wu, uno studente di dottorato al MIT. “Puoi anche monitorare frequentemente la malattia mentre progredisce”, spiega.

Lo strumento diagnostico di Wu e colleghi è un devic microfluidico in grado di rilevare biomarcatori chiave in quantità estremamente ridotte di fluido corporeo. Questo particolare dispositivo utilizza microsfere “rivestite” con anticorpi.

Quando i ricercatori introducono un campione di sangue nel dispositivo usando una pipetta, gli anticorpi si agganciano all’IL-6. Quindi, un’altra parte del dispositivo utilizza un elettrodo e le microsfere che hanno catturato IL-6, emettendo un segnale elettrico per ciascun tallone IL-6 che passa attraverso.

Ciò consente ai ricercatori di identificare a quale concentrazione è presente la proteina nel campione di sangue. L’intero processo dura solo circa 25 minuti e il dispositivo utilizza solo circa 5 microlitri di sangue, ovvero circa il 25% del volume totale di una goccia di sangue prelevato attraverso una puntura del dito.

Inoltre, il nuovo strumento è in grado di rilevare concentrazioni estremamente basse di IL-6 – fino a 16 picogrammi per millilitro, che è inferiore alla concentrazione di biomarcatore che indica la presenza di sepsi.

Ciò suggerisce che il dispositivo è molto sensibile alla presenza di biomarcatori chiave. Ancora più importante, gli scienziati sostengono che lo strumento innovativo è altamente adattabile e potrebbe essere impostato per rilevare altri biomarcatori della sepsi, come interleuchina-8, proteina C-reattiva e procalcitonina, tra gli altri.

I ricercatori non vedono alcun motivo per cui, in futuro, altri non potrebbero adattare questo strumento allo screening anche per biomarcatori di altre condizioni.



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