Dieta Eat-Lancet: di cosa si tratta?

Per salvare noi e permettere al Pianeta di sfamare i 10 miliardi di individui attesi per il 2050, occorrerebbe raddoppiare i consumi di frutta e verdura, legumi e noci e dimezzare quelli di zuccheri e carni rosse. Il documento presentato a gennaio – in calce le firme di 37 esperti di nutrizione e sostenibilità provenienti da università di tutto il mondo, oltre che dalla Fao e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – puntava a essere un riferimento globale per proporre una dieta universale di riferimento basata su criteri scientifici e potenzialmente in grado di ridurre il numero dei morti che si registra ogni anno a causa di malattie legate alle correnti abitudini alimentari.

La dieta proposta prevede l’assunzione di 2.500 chilocalorie al giorno: dando ampio spazio ai cereali integrali (230 grammi), alla frutta e alla verdura (2-600 grammi), al latte e ai derivati (200-250 grammi) e ai legumi (75 grammi) e meno agli zuccheri (31 grammi), alla carne di pollo (29 grammi), al pesce (28 grammi), alle carni rosse e alle uova (14 grammi). Condimenti consigliati gli oli vegetali: extravergine di oliva o di colza. Chiari i riferimenti alla dieta mediterranea, considerata negli ultimi anni la scelta più efficace da adottare anche per la salvaguardia dell’ambiente.

Secondo gli esperti, potrebbe essere la panacea per i mali delle persone (malnutrizione, obesità) e dell’ambiente (perdita di biodiversità, emissioni di gas serra, degradazione del suolo e spreco alimentare). A gennaio la dieta «Eat-Lancet» ha conquistato le prime pagine dei giornali per le potenzialità di soddisfare le esigenze dietetiche e di sostenibilità. Tutto ciò in linea teorica, perché l’applicazione dello schema alimentare non è alla portata di tutti. Per almeno 1.6 miliardi di abitanti nei Paesi in via di sviluppo, infatti, «i vincoli di reddito e di prezzo rendono questa dieta insostenibile», è il sunto dell’analisi economica condotta da un gruppo di ricercatori della Tufts University (Boston) e dell’International Food Policy Research Institute (Washington) e pubblicata sulla rivista The Lancet Global Health.

Per «avvicinare» le esigenze di quelli che sembrano essere abitanti di due pianeti diversi, secondo gli autori dell’ultima ricerca, nei Paesi in via di sviluppo occorrerebbe aumentare gli stipendi, abbassare i prezzi degli alimenti di origine vegetale e incrementare la produttività del suolo. Una leggera revisione della dieta «Eat-Lancet» potrebbe inoltre renderla più accessibile. Questo perché «lo schema proposto risulta mediamente più costoso del 60 per cento rispetto a una dieta che contenga gli alimenti necessari per essere considerata comunque adeguata». A far schizzare in alto la borsa della spesa nei Paesi in via di sviluppo è il costo degli alimenti di origine animale. Per soddisfare le esigenze di tutti e incentivare «una crescita economica inclusiva che permetta alle famiglie povere di acquistare alimenti più nutrienti», bisognerebbe «spostare» una quota dei consumi di carne dai Paesi più ricchi (dove i redditi sono più alti e il costo degli alimenti di origine animale risulta inferiore) a quelli con meno possibilità. Oltre a intervenire sui prezzi, secondo gli esperti, servirebbero «investimenti mirati al miglioramento delle conoscenze nutrizionali e delle scelte che si compiono nel momento in cui si fa la spesa».


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