Mafia, 59 arresti nel Messinese: colpo a clan di Barcellona Pozzo di Gotto

16

In provincia di Messina e in altre località italiane, i carabinieri del Comando Provinciale e del Ros hanno arrestato 59 persone con l’accusa, a vario titolo, di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di droga, spaccio, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, violenza e minaccia, reati aggravati dal metodo mafioso. L’operazione, denominata “Dinastia”, nasce da un’inchiesta della Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, sulla “famiglia” mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), clan storicamente legato a Cosa nostra palermitana. L’indagine ha portato all’arresto di affiliati e gregari della cosca.

Il business della droga
Ai vertici del clan c’erano i figli di alcuni storici capimafia della zona, al momento detenuti. L’organizzazione criminale operava con metodo mafioso nel traffico e nella distribuzione di cocaina, hashish e marijuana, nell’area tirrenica della provincia di Messina e nelle isole Eolie, anche rifornendo ulteriori gruppi criminali satelliti, attivi nello spaccio minore.

Estorsioni
L’operazione ha fatto luce anche su numerose estorsioni messe a segno, da anni, sul territorio barcellonese. Le vittime erano commercianti, imprenditori, agenzie di pompe funebri, ma anche chi vinceva alle le slot machine. A raccontare i particolari delle attività illegali sono diversi pentiti come C. D’A., A. M. e N. S. I collaboratori di giustizia hanno riferito tra l’altro che due ragazzi, dopo aver vinto 500mila euro giocando ad una slot-machine installata nel centro scommesse SNAI di Barcellona Pozzo di Gotto, avevano ricevuto le minacce dell’organizzazione mafiosa barcellonese determinata a chiedere il pizzo sull’incasso. I due erano stati costretti a pagare 5mila euro.

A quanto emerge dall’indagine, tuttavia, gli incassi del racket non erano più sufficienti e le vittime delle estorsioni più propense a denunciare. Per questo la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto è tornata a puntare al vecchio business del traffico di stupefacenti, come emerge dalle dichiarazioni di diversi pentiti tra cui l’ex mafioso A. A. “Con le estorsioni non si guadagnava più – ha raccontato agli investigatori – le persone denunciavano e volevano fare con la droga. C’era la crisi e le persone soldi non ne avevano e si è parlato di prendere la droga. La prendeva uno e valeva per tutti, il ricavato andava a tutti”. Dalle intercettazioni – nei dialoghi gli affiliati usavano un linguaggio in codice per indicare lo stupefacente – emerge che la cosca si riforniva di droga in Calabria dalla ‘ndrangheta.