Non solo Greta: sindrome di Asperger, tutto quello che vorresti sapere

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La sindrome di Asperger consiste in una serie di disturbi dello sviluppo che influenzano le capacità comunicative e di socializzazione dell’individuo malato, rendendolo privo di interesse verso gli altri, indifferente ai rapporti sociali e spesso eccessivamente preoccupato per alcune questioni assai specifiche (come ad esempio per gli orari). La malattia rientra nel quadro delle cosiddette patologie dello spettro autistico.

Le prime manifestazioni compaiono durante l’infanzia, attorno ai 2-3 anni, ma è quando il paziente comincia la scuola che, generalmente, si diagnostica la malattia. Infatti, è a contatto con le altre persone (i coetanei, in particolare), che si palesano i sintomi caratteristici della sindrome di Asperger, come, per esempio, le difficoltà nel socializzare o nel dialogare con gli altri.

Avere la sindrome di Asperger non significa essere “malati di mente”, ma avere un cervello che funziona in modo differente rispetto ad uno “neurotipico”, e dunque essere “neurodiverso”.

Significa che per tale ragione i bambini e gli adulti con sindrome di Asperger possono e devono svolgere una vita del tutto normale, sia sotto il profilo scolastico-lavorativo che delle relazioni interpersonali.
Che avere un figlio a cui venga diagnosticata la sindrome di Asperger (abbreviata in SA o in AS in inglese) non è una condanna, e che questa condizione non può essere modificata con le “cure”, ma solo gestita nel modo migliore per la soddisfazione di tutti (sia per la persona con la SA che per coloro che gli stanno vicino).

Greta Thunberg, la diciassettenne attivista svedese ideatrice dei Fridays for Future, ha recentemente portato alla ribalta la malattia raccontandola come un dono, un superpotere, che ha animato ulteriormente il suo impegno a favore della causa ambientalista. «Senza l’Asperger, non avrei lottato così. Se fossi stata come tutti, avrei potuto continuare come tutti gli altri a galleggiare nelle convenzioni e nel tran tran, e continuare come prima. Ma non posso, anche volendolo. La mia sindrome fa sì che io veda il mondo o bianco o nero, senza vie di mezzo. E che senta l’esigenza improrogabile di salvarlo».

Le persone con diagnosi di SA non “pensano” come la maggioranza dei loro familiari, amici e conoscenti, ovvero di tutti coloro che potremmo definire neurotipici. La loro visione del mondo, il modo in cui si relazionano agli altri esseri umani e a loro stessi, l’importanza che attribuiscono a oggetti, fatti, persone ed episodi sono diversi, nel senso che non collimano con le interpretazioni comuni. Come funziona il loro cervello, come interpretano la realtà oggettiva che sta loro davanti, o come vivono le loro emozioni?

Sono le loro stesse parole a farcelo capire. Una persona con SA spesso percepisce il mondo esterno come fonte di angoscia, se ne sente travolto, oppresso, ne vede le minacce che derivano dal caos, pertanto cerca conferme e soprattutto stabilità e protezione creandosi un suo circuito di abitudini. Altrimenti tende a sentirsi spaurito, perso, e si fa prendere dal panico. Accade anche a chi non abbia questa sindrome di sviluppare atteggiamenti simili, ad esempio diventando fobici o acquisendo comportamenti un po’ maniacali.

Ma tornando ad una persona con SA, all’interno di questa visione un po’ minacciosa del mondo esterno, si situano anche le persone che lo abitano, inclusa la cerchia familiare. Molti individui con SA raccontano di avere difficoltà a relazionarsi con fratelli e sorelle, o con i genitori, spesso faticano a fare amicizia e tendono ad isolarsi. Non solo, dal momento che sono molto sensibili, si rendono conto di essere diversi dalla maggioranza, e ne soffrono, isolandosi ancora di più. Tuttavia, dal momento che i loro risultati scolastici sono spesso brillanti, e che non hanno difficoltà nel linguaggio, il loro disagio non sempre è percepibile all’esterno, e così pochi fanno quel “passo in più” necessario per entrare nel mondo di una persona con SA e diventarne parte.

Ma naturalmente questo è possibile. Un bambino o un adolescente con SA possono tranquillamente avere rapporti sociali se aiutati a comprendere meglio come relazionarsi in modo simpatetico con gli altri. Si dice comunemente che un individuo con sindrome di Asperger sia privo di empatia. Non è esattamente così. Ci sono individui poco o per nulla empatici anche tra i neurotipici, persone incapaci di entrare in risonanza con gli stati d’animo degli altri. Una persona con sindrome di Asperger, invece, ha difficoltà a codificare le manifestazioni tipiche che accompagnano un dato stato d’animo, proprio perché non “legge” il linguaggio non verbale.

Tra le cure può essere efficace la terapia di supporto psicologico nella gestione delle emozioni. Oltre agli interventi individuali, esistono poi percorsi di psichiatria di gruppo utili per aumentare le social skill, le capacità di integrazione sociale. Nei casi più gravi, quando per esempio sono presenti anche disturbi psichiatrici, può essere utile invece fare ricorso a una terapia farmacologica.