5G, un incognita tecnologica incombe sul Pianeta e sulla nostra salute

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Un’incognita tecnologica incombe sul Pianeta e sulla nostra salute: l’avvento del 5G, la telefonia cellulare di quinta generazione. Quella, per intenderci, che sostiene l’Internet of things (IoT), l’internet delle cose, il sistema di telecomunicazioni che collegherà al web non più solo persone e informazioni ma anche cose, che potranno interagire con la rete, ricevere e trasferire informazioni che   a loro volta genereranno azioni.

Ecco allora il frigorifero intelligente che ordina il latte quando “legge” che la bottiglia è vuota, o il riscaldamento che si accende quando stiamo per arrivare a casa. Potremo azionare, in remoto, gli impianti di domotica o monitorare i veicoli a guida autonoma. Un upgrade rispetto alle cose che già dialogano con noi, come gli orologi che ci ricordano che è ora di assumere un farmaco: in più, l’orologio IoT potrà verificare se siamo in un certo luogo a una certa ora o se dobbiamo affrettarci per arrivarci.

Per questo i beni di consumo, dalle auto agli elettrodomestici, dalle confezioni di latte ai pannolini per bambini saranno dotati di dispositivi digitali per connetterli a internet in modalità wireless. Si stima che entro il 2020 ci saranno oltre 200 miliardi di oggetti Iot ricetrasmittenti, per arrivare a un trilione (un miliardo di miliardi, ndr) in pochi anni. Ci si aspetta che le cose digitalizzate cambino radicalmente il modo di produrre delle imprese e i nostri stili di vita. La promessa è che abiteremo in case smart e in smart city, lavoreremo in imprese smart, viaggeremo su autostrade smart. Vivremo iperconnessi: dai Paesi industrializzati alle foreste pluviali, nell’Artico e in mezzo gli oceani.

Col risultato di delegare sempre di più ai microchip il controllo della nostra quotidianità. Che lo IoT ci interessi o no, a fine 2018 è partita l’attivazione del 5G. Anche l’Italia è in pista: Tim, Vodafone, Wind Tre, Iliad Italia e Fastweb si sono aggiudicati le radiofrequenze per il 5G a un’asta di Stato miliardaria (6.550.422.258 euro incassati dall’erario). E sono state individuate le città-pilota per testare la tecnologia: Milano, Prato, L’Aquila, Bari, Matera e Cagliari.

Allarme salute

L’elemento inquietante dell’intera operazione è che mentre si accumulano evidenze scientifiche sulla nocività della telefonia cellulare già in uso, il 5G è ai blocchi di partenza in assenza di studi che, preventivamente, ne indaghino l’impatto sanitario sui miliardi di persone coinvolte. Come fosse un fattore trascurabile rispetto alle magnifiche sorti e progressive delle prestazioni del 5G. Che, tra l’altro, si annuncia molto invasivo.

Poiché, rispetto a quelle impiegate in precedenza, le radiofrequenze in gioco hanno minore capacità di penetrare attraverso aria, vegetazione e pareti degli edifici, bisognerà dunque installare un numero altissimo di trasmettitori, nell’ordine di un milione per chilometro quadrato secondo l’AgCom.

«Il Comitato scientifico sui rischi emergenti per la salute e l’ambiente della Ue (Scheer) ha inserito il 5G tra i quattordici fattori che in futuro potranno rappresentare dei pericoli per la salute umana e l’ambiente», ha  sottolineato Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente intervenendo a febbraio in un’audizione alla Camera. Non solo. Negli Usa 300 sindaci si sono opposti al dispiegamento di questa tecnologia. A marzo 2018, 170 fra scienziati, medici e associazioni ambientaliste di 39 paesi hanno sottoscritto un appello rivolto a Onu, Oms, Ue e governi per bloccare l’installazione del 5G e il lancio di 20.000 nuovi satelliti sparati nell’orbita terrestre per supportare il sistema dallo spazio. A preoccuparli, i temuti rischi per la salute». “È dimostrato che le radiazioni a radiofrequenza (Rf) sono dannose per l’uomo e l’ambiente”, scrivono.

Se le cavie fossimo noi…

Sul rischio sanitario delle Rf, l’Istituto Ramazzini di Bologna (fondato dall’oncologo di fama mondiale Cesare Maltoni e a cui si deve la scoperta della cancerogenesi di amianto, benzene, formaldeide e cloruro di vinile) a marzo 2018 ha pubblicato i risultati di «uno studio sperimentale che ricreava le condizioni di esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza prodotti da ripetitori per la telefonia mobile, con un’intensità dei campi elettromagnetici entro i limiti di legge vigenti in Italia», spiega a Nuova Ecologia la dottoressa Fiorella Belpoggi, direttrice del settore ricerca del Ramazzini. «Lo studio, condotto su ratti Sprague-Dawley, ha evidenziato l’insorgenza statisticamente significativa di un tumore raro, lo Schwannoma maligno, che colpisce le cellule che rivestono i nervi.

Nel nostro caso – aggiunge la dottoressa Belpoggi– ha colpito quelli del cuore delle cavie, mentre nei grandi utilizzatori di cellulari è stato riscontrato nei nervi dell’orecchio e della faccia», ossia dove si tiene il cellulare. «Ma ciò che conta è la tipologia delle cellule malate nei ratti, identica a quella delle cellule che rivestono il nervo acustico e i nervi facciali», puntualizza Belpoggi. Ma c’è dell’altro. Lo scorso novembre, il National toxicology program, ente di ricerca federale Usa, ha pubblicato i risultati di uno studio dove si è osservato l’insorgenza del medesimo tumore raro nel medesimo ceppo di ratti. In questo caso erano state ricreate le condizioni di esposizione umana alle radiazioni a radiofrequenza dei cellulari, mille volte più potenti.«Lo Schwannoma è il tumore maligno osservato anche in numerosi studi epidemiologici su utilizzatori di cellulari, condotti dai ricercatori dell’Orebro university hospital (Svezia). Può essere una coincidenza che tre istituzioni autorevoli quali Ntp, Orebro e Ramazzini abbiano osservato l’insorgere del medesimo tipo di tumore raro?», chiede Belpoggi.

«Ovviamente no», la sua risposta. Le frequenze all’origine dei campi elettromagnetici studiati fanno riferimento al 2G e al 3G, ma «tra le diverse generazioni di telefonia cellulare cambia la frequenza della lunghezza d’onda, non lo spettro –precisa la dottoressa Belpoggi – Per cui oggi sappiamo che la telefonia mobile in uso e quella futuribile 5G, poiché rientrano nello spettro delle radiazioni a radiofrequenza definite dallo Iarc “possibili cancerogeni”, sono da considerare sorgenti a possibile effetto cancerogeno». Analoghi allarmi sollevati in passato dovrebbero aver insegnato a intervenire per tempo.