Riscaldamento a legna e pellet, per migliorare la qualità dell’aria il futuro passa dalle energie rinnovabili

23

Da più di venti giorni, le concentrazioni di PM10 rilevate dalle centraline di analisi della qualità dell’aria in Veneto risultano piuttosto basse. Un calo positivo, che appare evidente guardando le mappe dell’Arpa Veneto: dal 25 febbraio 2020 infatti, in tutta la regione, si registra un livello di allerta verde (livello 0) che segnala basse concentrazioni di sostanze inquinanti nell’aria. ARPAV ha spiegato come questa diminuzione non sia dovuta tanto alla riduzione del traffico e delle attività produttive e commerciali causata dalle misure di emergenza legate a COVid-19, quanto a favorevoli condizioni metereologiche.

Nelle ultime due settimane una serie di impulsi perturbati, giunti dopo quasi un mese e mezzo di stabilità atmosferica e scarsità di precipitazioni, hanno favorito la dispersione degli inquinanti, abbassando significativamente le loro concentrazioni.  Le restrizioni alla circolazione delle persone legate all’emergenza COVid-19, hanno impattato principalmente sulle emissioni di ossidi di azoto e di particolato secondario (legato alla formazione di polveri sottili in atmosfera da inquinanti primari, come gli ossidi di azoto e l’ammoniaca). Per quanto riguarda invece il particolato atmosferico primario, una percentuale significativa di PM10 continua ad essere emessa dal settore del riscaldamento civile.

Consapevole della complessità del tema e della necessità di evitare semplificazioni, AIEL ritiene necessario adottare uno sguardo di lungo periodo per affrontare il problema, attraverso misure strutturali in grado di abbassare stabilmente il livello inquinamento nell’atmosfera, senza illusioni o aspettative poco realistiche. Che cosa può fare dunque il comparto del riscaldamento domestico a biomasse per contribuire ad una diminuzione strutturale delle emissioni in atmosfera?

Recenti elaborazioni di AIEL e i risultati dello studio sul consumo residenziale di biomasse legnose nel Bacino Padano, realizzato da ARPA Veneto nell’ambito del progetto europeo PrepAIR danno una prima risposta al quesito. Dai dati emerge che la progressiva riduzione delle emissioni derivanti dal consumo energetico delle biomasse legnose sia il risultato di un fenomeno di riduzione strutturale che prosegue ormai da qualche anno.

Per quanto riguarda il Veneto, l’Osservatorio AIEL ha rilevato un calo del consumo finale di legna da ardere, passato dalle 2,13 Mt del 2006 (APAT-ARPAL 2006 Veneto), a 1,87 Mt nel 2013 (ARPA Veneto 2013) fino a 1,52 Mt rilevate dal Progetto PrepAIR nel 2018. Si tratta, in termini energetici (PJ), di un calo di quasi il 30%. Nello stesso arco di tempo, si è registrato, sempre in Veneto, un aumento complessivo del numero di generatori piuttosto limitato (5%), ma con una crescita importante degli apparecchi più performanti alimentati a pellet, che hanno progressivamente sostituito altre tecnologie più obsolete, meno efficienti e quindi con maggiori emissioni.

Questi dati indicano chiaramente come si sia messo in moto negli ultimi anni un processo di modernizzazione del parco installato, che ha portato, dal 2006 al 2018, ad un calo stimato intorno al 35% del livello di polveri sottili (PM10) imputabili al riscaldamento domestico a biomasse. Tale miglioramento è in gran parte riconducibile al turn-over tecnologico e alla modernizzazione del parco generatori a biomasse installato. Infatti, la parte prevalente delle emissioni imputabile al riscaldamento a biomasse proviene dagli impianti esistenti installati oltre 10-15 anni fa, caratterizzati da una tecnologia di combustione superata e non più compatibile con il processo di miglioramento della qualità dell’aria.

L’effetto positivo del turnover tecnologico è evidente nelle statistiche della qualità dell’aria non solo del Veneto ma anche della Lombardia. In Lombardia, dove si consuma oltre il 10% della biomassa legnosa impiegata nel settore residenziale (Gse, 2019), i dati ARPA evidenziano come nell’arco di 8 anni, le emissioni di particolato attribuite al settore del riscaldamento domestico a biomassa, a fronte di un numero di apparecchi domestici installati pressoché invariato (circa 600.000 unità), si siano ridotte del 30% circa.