Coronavirus, ecco chi sono i lavoratori a rischio contagio da Covid-19

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I lavoratori che operano nel settore dei servizi e del commercio al dettaglio sono tra i più esposti ai rischi di contagio da Covid-19. E’ quanto si legge in un articolo curato da ricercatori della Banca d’Italia e da Teresa Barbieri e Sergio Scicchitano dell’Inapp. L’articolo analizza le caratteristiche delle attività professionali che espongono maggiormente i lavoratori ai rischi di contagio da Coronavirus, individuando le attività economiche dove è maggiore la vicinanza fisica con clienti e collaboratori.

Il fermo delle attività non essenziali, che ha riguardato quasi 8 milioni di occupati, ha interessato soprattutto settori dove è più alta la propensione alla vicinanza fisica. “Mirando a preservare, giustamente, l’attività in settori vitali durante un’epidemia, i provvedimenti del Governo non hanno interessato settori con un alto livello dell’indice di esposizione a malattie e infezioni”, si legge nell’introduzione all’articolo sul sito della Banca d’Italia.

Nell’articolo viene poi presentata una mappa della dimensione di rischio degli occupati italiani basata sulle caratteristiche delle figure professionali che operano nei 600 settori italiani, ottenute dai dati dell’indagine campionaria sulle professioni condotta da Inapp, incrociate con i microdati Istat della Rilevazione sulle forze di lavoro, disponibili fino al terzo trimestre del 2019.

Prossimità fisica e rischio infezioni in 600 attività produttive – Escludendo il settore sanitario, ovviamente prevalente tra quelli maggiormente esposti alle malattie e vitale durante un’epidemia, l’analisi descrittiva conferma l’intuizione che diversi settori dei servizi si caratterizzano per elevata vicinanza fisica e quindi maggiori rischi per i lavoratori di contrarre malattie. Gli occupati che presentano alti valori dell’indice di vicinanza fisica sono concentrati nel settore dei servizi e, in particolare, nel commercio al dettaglio. La attività manifatturiere registrano valori centrali dell’indice, anche se con ampia variabilità. Infine, la maggior parte delle occupazioni che richiedono poca interazione interpersonale sono concentrate nell’agricoltura, che fornisce beni necessari e, come la sanità e altri servizi fondamentali, non è attualmente sottoposta a fermo dell’attività. Nel complesso, se si escludono i servizi sanitari e il commercio alimentare, il numero di lavoratori occupati in settori il cui indice di prossimità fisica è superiore alla media nazionale è pari a oltre 6,5 milioni (circa il 28 per cento dell’occupazione complessiva). Per quanto riguarda le caratteristiche demografiche, i lavoratori che sono a rischio di contagio e complicanze da Covid-19 (principalmente uomini e lavoratori di età superiore ai 50 anni) sono concentrati prevalentemente in settori poco esposti alla vicinanza fisica (come l’agricoltura), o che sono attualmente chiusi, o che hanno la possibilità, almeno in linea di principio, di lavorare a distanza (ad esempio, i lavoratori della pubblica amministrazione e di alcuni comparti dell’istruzione).

I rischi nei settori sottoposti a lockdown – Nell’articolo si stima che i provvedimenti dell’11 e del 22 marzo scorso di fermo delle attività possano aver interessato fino al 35 per cento dei lavoratori (quasi 8 milioni di persone). Il primo provvedimento ha riguardato circa 2,8 milioni di occupati, maggiormente impiegati in professioni ad alta propensione alla vicinanza fisica; il secondo è stato più generale. Mirando a preservare l’attività in settori ritenuti essenziali, i due provvedimenti non hanno interessato settori con un alto livello dell’indice di esposizione a malattie e infezioni, tra cui l’industria sanitaria e le attività necessarie di pubblica sicurezza e trasporto pubblico.

Lo smart working – L’indagine consente inoltre di costruire un indicatore di possibilità di lavoro da remoto (smart working) combinando alcune domande sull’utilizzo dei computer, sulla necessità e la frequenza di interazioni interpersonali faccia a faccia, e sull’utilizzo di mezzi di meccanici. Le attività economiche caratterizzate da una maggiore propensione allo smart working sono l’industria finanziaria, bancaria e assicurativa, la pubblica amministrazione e la maggior parte dei servizi professionali, che non sono state coinvolte dai decreti. Al contrario, i settori chiusi in seguito ai provvedimenti avevano una percentuale ridotta di lavoratori che possono lavorare da remoto. Nel complesso, si può stimare che i lavoratori che non si sono recati sul luogo di lavoro, perché avevano, almeno in linea di principio, la possibilità di lavorare da casa siano circa 3 milioni in più di quelli direttamente interessati dal fermo delle attività.