Coronavirus, perché il Papa e la Cei non hanno una linea univoca

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“In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. Nel dibattito sulla partecipazione dei fedeli alle messe nella fase 2, quella della convivenza col coronavirus, Papa Francesco sconfessa la Conferenza episcopale italiana e si schiera a sostegno del premier Giuseppe Conte.

Il piano della Cei era stato messo a punto giovedì scorso durante un Consiglio permanente, a seguito del quale Bassetti aveva affermato (per la prima volta, segno che forse i segnali governativi erano arrivati) che «é tempo di riprendere le messe domenicali con i fedeli e riprendere tutte le celebrazioni dei sacramenti, dai battesimi ai funerali, ovviamente seguendo le misure necessarie per garantire la sicurezza delle persone». Dieci i punti del piano, che per il momento resta sulla carta: responsabile sicurezza per ogni chiesa, ingressi controllati, mascherine, guanti, sanificazione prima delle celebrazioni, nessuno scambio della pace, acquasantiere vuote, comunione in mano e distribuita tra i banchi e così via. Con un impegno della Cei: se un parroco non fosse stato in grado di adempiere a tutti questi impegni non avrebbe potuto celebrare.

Viene sempre più da chiedersi se lo scontro sia davvero tra il governo, e il Vaticano e i vescovi italiani; oppure se la dialettica a volte aspra con Palazzo Chigi non rifletta piuttosto le contraddizioni e la strategia ondivaga di una Chiesa cattolica disorientata fin dall’inizio della pandemia; e alla ricerca di una linea chiara al proprio interno. Il tema è delicato, perché comporta un’analisi dei rapporti tra Francesco e la Cei. E induce a pensare che alcune posizioni dell’episcopato siano nate dallo sforzo di interpretare il più fedelmente possibile le intenzioni del pontefice: tranne poi essere corrette o perfino smentite nello spazio di poche ore.

Era successo già a metà marzo, quando il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, aveva deciso dopo essersi consultato con il Papa di chiudere le chiese romane. Neanche un giorno dopo, quella decisione era stata disdetta da Francesco, che aveva spinto De Donatis a emanare un nuovo decreto, opposto al primo. Il 15 marzo, un pontefice solitario, attorniato dalla scorta, tutti senza mascherina protettiva, aveva raggiunto a piedi la chiesa di San Marcellino in via del Corso per sostare davanti al Crocifisso ligneo del quindicesimo secolo portato in processione per sedici giorni, dal 4 al 20 agosto del 1552 per le vie di Roma, per esorcizzare la peste che infuriava in città.