Delusi da fase 2? Non potevamo ‘riaprire i rubinetti

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Crescono, sui social e in politica, i delusi da questa fase 2, ribattezzata non a caso da molti 1 e mezzo. “Capisco la delusione, perché era passato il messaggio che dopo il 4 maggio ci sarebbero state maggiori libertà, anche se magari non un ‘liberi tutti’. Ora ci troviamo con una situazione che ricorda molto da vicino la fase 1.

Ebbene, capisco davvero i delusi, ma forse l’errore è stato più nel messaggio che era passato, e che aveva portato ad attendere il 4 maggio come una liberazione dal lockdown, rispetto al fatto di aver scelto un approccio cauto, che potremmo chiamare per step successivi, con l’obiettivo di evitare una seconda ondata”. E’ l’analisi del virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, che spiega all’Adnkronos Salute come “con questi numeri non potevamo permetterci di ‘riaprire i rubinetti’ senza mettere in conto dei problemi”.

“Si è scelto a mio parere un approccio condivisibile – ribadisce il virologo – che possiamo definire ‘sartoriale’ e a step successivi. Con l’obiettivo di intervenire subito e in modo mirato là dove i valori dovessero risalire. Il problema, piuttosto, è aver alimentato l’attesa di una data fatidica, che poi si è rivelata deludente”.

Il coronavirus segnerà la fine della globalizzazione? “Eravamo abituati a scegliere una meta in tutto il mondo e viaggiare senza problemi, o a produrre principi attivi di un farmaco in Asia e finire di ‘assemblarlo’ in Europa. Questo modello col virus pandemico si è inceppato – afferma Pregliasco – E penso che in qualche modo arriveremo a una revisione della globalizzazione, che non potrà più essere come prima del coronavirus, anche e soprattutto dal punto di vista produttivo”.

“Abbiamo visto – continua il virologo – che il mondo che conoscevamo, il modo di produrre che conoscevamo, non ha retto l’impatto della pandemia. Penso che serva una revisione del modello di globalizzazione, anche dal punto di vista produttivo e anche per il pharma. Bisogna dire che da questo punto di vista in Italia abbiamo poli specializzati e strategici, penso a Siena per quanto riguarda i vaccini. Insomma, occorrerà ripensare a strategie produttive ‘a prova di pandemia’, per assicurare la produzione anche in caso di pandemia di beni ‘preziosi’ come i medicinali”, ma anche i dispositivi sanitari.