Il commercio illegale di specie selvatiche può avere un effetto devastante a livello globale

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Se si combinano antiche abitudini alimentari, la medicina tradizionale asiatica, i crescenti consumi di carne di animali selvatici nei paesi asiatici, la diffusa e irrazionale passione per pet esotici, con l’enorme potenziale offerto da internet, si ottiene il quadro di quanto oggi il commercio globale di specie selvatiche possa avere un effetto devastante a livello globale. Questo è vero anche e soprattutto per l’Europa.

Per fare un esempio, nel 2017, un’indagine condotta da IFAW (International Fund For Animal Welfare) nell’arco di 6 settimane solo in Francia e Germania, ha individuato ben 3.312 annunci pubblicitari online (mercati e piattaforme) che riguardavano animali in pericolo e in via d’estinzione. L’indagine ha permesso di censire (sempre in sole 6 settimane) 8.244 fra individui o prodotti derivati da animali in pericolo e minacciati: tra questi c’erano zanne d’avorio a prodotti in corno di rinoceronte, pellicce e pelli di grandi felini, uccelli vivi e rettili, per un valore stimato di quasi 2 milioni di euro.

Nonostante l’aumento della consapevolezza e della vigilanza da parte di alcune aziende online, la proliferazione di prodotti illegali di fauna selvatica su internet continua. Diversi rapporti segnalano anche l’uso dei social media e del “dark web” per la vendita di prodotti illegale di fauna selvatica. Il monitoraggio regolare dei social media e dei siti di vendita online dovrebbe diventare ovunque nel mondo una parte essenziale degli sforzi per individuare e arginare il traffico di animali selvatici. Tuttavia, molti Paesi non sono adeguatamente attivi nel contrasto del commercio illegale di fauna selvatica. Essendo uno dei principali mercati contemporanei per il traffico di animali selvatici, è necessaria una sorveglianza più completa e diffusa.

Il WWF, che da sempre combatte contro il traffico illegale di specie, nel 2018 ha deciso creare insieme a TRAFFIC e IFAW la “Coalition to end wildlife trafficking online”, che attualmente coinvolge 34 compagnie di e-commerce, ricerche online e social media, le quali complessivamente ospitano oltre 9 miliardi di profili, con l’obiettivo ridurre dell’80% i traffici online entro la fine dell’anno 2020.

Dalla sua istituzione fino a marzo 2020, la coalizione ha bloccato o rimosso oltre 3 milioni di annunci di specie a rischio o prodotti da esse derivati, addestrato oltre 100 esperti al monitoraggio dei traffici online e scoperto oltre 1000 parole in codice utilizzate per commerciare segretamente.
Oltre a questo, la coalizione ha sensibilizzato oltre 4 milioni di utenti e addestrato oltre 400 cyber-volontari che hanno identificato oltre 4.500 prodotti derivati da fauna selvatica. (QUI il link al portale della Coalizione da cui scaricare il report).

Il WWF, insieme a IFAW, INTERPOL,  The Belgian Customs e TRAFFIC, sta portando avanti anche l’EU Wildlife Cybercrime Project, progetto finanziato dall’Unione Europea che mira proprio a contrastare i criminali che trafficano animali selvatici all’interno dell’UE o attraverso questi territori utilizzando internet, servizi postali o  servizi di consegna rapida dei pacchi. Il progetto è guidato dal WWF Belgio, in affiliazione con il TRAFFIC.

La drammatica violenza con cui si è diffusa la pandemia da COVID-19 ha evidenziato chiaro il legame tra malattie zoonotiche – quelle trasmesse dagli animali all’uomo – e il commercio di animali selvatici, in particolare nei mercati asiatici. Per questo il WWF Italia ha attivato una petizione che chiede all’Organizzazione Mondiale della Sanità di raccomandare la chiusura dei mercati di animali selvatici ad alto rischio e che vengano adottate regole ancora più stringenti nei confronti dei commerci di fauna selvatica, sia per tutelare la salute umana che per il benessere degli animali che sono al centro di questi traffici, riducendo al contempo la domanda di questi prodotti. È possibile sottoscrivere la petizione su wwf.it/illegaltrade.