Coronavirus, siamo pronti per una seconda ondata di contagi, se dovesse arrivare?

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Il virus non è scomparso: e il suo andamento è difficilmente prevedibile. Se dovesse arrivare una seconda ondata di contagi, saremmo in grado di individuarli, isolarli, e poi curarli?

Ci sarà una seconda ondata di contagi di coronavirus, in Italia? Al momento, mentre i dati sono in costante calo: sia per quanto riguarda i nuovi contagi, sia per quanto riguarda i decessi l’ipotesi sembra lontana. Ma il virus Sars-CoV-2 non è scomparso, e la sua evoluzione resta, al momento, imprevedibile. «In assenza di un vaccino o di un trattamento farmacologico efficace, e a causa del livello di immunità della popolazione ancora basso, può verificarsi una rapida ripresa di trasmissione sostenuta nella comunità», scriveva il ministero della Salute il 30 aprile. A che punto saremmo, dunque, nel caso in cui una seconda ondata di contagi dovesse alzarsi? Quelle che seguono sono le risposte alle domande più urgenti, legate a questo dubbio.

La app Immuni può aiutare? E quanto?
(Martina Pennisi in collaborazione con Eugenio Santoro, ricercatore dell’Istituto Mario Negri ed esperto di innovazione nella sanità) L’app di tracciamento dei contatti c’è, e questa è una notizia confortante, dopo un concepimento e un parto un po’ travagliati. Il problema è che non ha ancora iniziato a svolgere il suo compito – e inizierà a farlo in tutta Italia dalla prossima settimana con l’invio delle notifiche a chi si è trovato a meno di due metri di distanza per almeno 15 minuti e qualcuno poi rivelatosi positivo. E non abbiamo precedenti a cui aggrapparci per quantificare il contributo reale che potrebbe dare e darà.

Il modello coreano cui si è tanto parlato incrocia molti più dati e non è compatibile con i nostri standard sulla privacy. Singapore ha dettato la linea sull’uso del Bluetooth, ma non ha aspettato il modello di Apple e Google, indispensabile per far funzionare il segnale sugli iPhone e dunque far funzionare l’app, e adesso sta pensando di accantonare gli smartphone e affidarsi a dispositivi indossabili. Immuni sta combattendo con qualche bug, ma i punti interrogativi e gli auspici non riguardano l’aspetto tecnologico o il rispetto per la privacy, che è stato tutelato per quanto possibile.

Prima di tutto occorrerà capire quante persone la scaricheranno, augurandosi che sia un numero importante. Poi bisogna essere consapevoli delle ripercussioni dell’aver reso facoltativo informare il proprio medico nel caso in cui si riceva la notifica. Insieme al fatto che lo scaricamento dell’app avviene su base volontaria, la funzione di tracciamento così come in origine era stata pensata risulta di fatto parziale. A questo proposito non aiuta l’atteggiamento di certe regioni come Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia che disincentivano l’uso di Immuni, in favore di app regionali o di procedure di tracciamento solo manuale, come se i due sistemi fossero alternativi.

A ben vedere Immuni ha il grande vantaggio, di aiutare a identificare contatti occasionali, difficili da ricostruire a posteriori con un tracciamento manuale. Occorre quindi ricordare che l’app Immuni da sola non è sufficiente a gestire un’eventuale ripresa della malattia. Oltre all’app devono seguire le altre T (Test e Treat) per completare il processo. Per fare ciò serve che le Regioni siano in grado di eseguire tempestivamente i tamponi sui contatti, perché tempi troppo lunghi potrebbero disincentivare i contatti ad auto-segnalarsi. Inoltre devono individuare luoghi alternativi al domicilio dove poter far trascorrere il periodo di quarantena/isolamento dei positivi a covid-19 e dei loro contatti.

Gli anticorpi potrebbero proteggerci?
(Cristina Marrone) L’immunità a Covid 19 è ancora un mistero. I dati acquisiti in questi mesi suggeriscono che la maggior parte dei pazienti guariti produce anticorpi contro Sars CoV 2. «Per chi ha davvero sviluppato la malattia possiamo ragionevolmente pensare che resterà protetto da Sars-CoV-2 per 2-3 anni, come è successo con la Sars, malattia della stessa famiglia, anche se al momento non abbiamo certezze» spiega Alberto Mantovani, immunologo di fama internazionale, direttore scientifico di Humanitas University.

«Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone che incontra Covid-19 o non si ammala, o lo fa in modo blando: in questo caso non sappiamo se la risposta immunitaria indotta, di cui la presenza di anticorpi è una spia, sia davvero protettiva o se queste persone rischiano una nuova infezione» ha chiarito Mantovani. Di fatto gli scienziati non sanno ancora se tutti, soprattutto coloro che si ammalano in modo blando, producono anticorpi a sufficienza per garantire una protezione futura.

«Se scopriremo che ci vuole un’alta carica virale per scatenare la risposta immunologica si può pensare che chi non si è ammalato, ma ha avuto solo un contatto con Covid-19, possa non essere immune» sottolinea Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani e della Federazione italiana società scientifiche di laboratorio. Questo significa che se davvero ci sarà una nuova ondata di coronavirus in autunno la platea suscettibile potrebbe essere più ampia di quel che si pensasse.

Ma quando si saprà qualcosa in più sulla protezione acquisita? «Nei prossimi mesi, verosimilmente in autunno — aggiunge Pierangelo Clerici — avremo qualche dato in più sulla cinetica anticorpale. Il dramma è che il virus circola solo da tre mesi e non conosciamo ancora il suo stimolo immunogeno per cui non sappiamo quanto è la forza del nostro sistema immunitario a produrre anticorpi. Possiamo scoprirlo solo prelevando puntualmente ogni mese il sangue di coloro che hanno avuto l’infezione, per capire per quanto tempo si mantiene una certa protezione. Questi studi epidemiologici attraverso i test sierologici sono in corso in tutto il mondo ma ci vuole tempo e pazienza per verificare la curva di permanenza degli anticorpi proprio perché i primi malati di Covid-19 risalgono a meno di quattro mesi fa».