La celiachia? Può lasciare il segno anche sul cervello

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La celiachia? Può lasciare il segno anche sul cervello. Quella che in origine sembrava essere una malattia di origine alimentare in grado di colpire soltanto l’intestino, si conferma invece come una condizione sistemica. Oltre alla tiroide, alla cute, alla placenta e al fegato, la malattia scatenata dall’incapacità (su base genetica) dell’organismo di digerire il glutine potrebbe avere tra le sue corde anche la capacità di danneggiare la sostanza bianca, ovvero i fasci di fibre nervose che collegano il cervello alla periferia (e viceversa). A circostanziare quella che era un’ipotesi già presente in letteratura è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Sheffield, pubblicato sulla rivista Gastroenterology

Il tema delle possibili conseguenze neurologiche determinate dalla celiachia è stato finora poco esplorato. Alcuni studi evidenziano che complicanze di questo tipo sarebbero rilevabili in 1 paziente su 2. In altri le percentuali risultano invece di molto inferiori. Di sicuro, spiegano i ricercatori di Sheffield, «questa notevole variabilità denota una sottostima del problema»: oltre l’opportunità di riconoscere il ruolo del neurologo nella gestione dei pazienti celiaci. Lo studio ha tuttavia dei limiti. Chiarisce Ciacci: «I ricercatori non hanno riportato dati né sul tempo trascorso dalla diagnosi di celiachia all’esame neurologico né su quello intercorso tra la comparsa dei primi sintomi e l’avvenuta diagnosi».

In seconda battuta, «la ricerca non chiarisce se l’adesione rigorosa a una dieta senza glutine possa avere un effetto protettivo per il cervello». Come comportarsi allora con i celiaci adulti che potrebbero essere a rischio di sviluppare un danno cerebrale (potenzialmente) tanto più marcato quanto meno precoce è stata la diagnosi? Al momento, nessun paziente è sottoposto a uno screening neurologico. Potrebbe essere giunta l’ora di introdurre anche una valutazione di questo tipo? «Ma anche se fossimo certi dell’esistenza e della diffusione di questa complicanza, ci sarebbe poco da fare in chiave terapeutica», si mostra scettica la specialista, che è anche ordinario di gastroenterologia all’Università di Salerno.

Considerando però che sappiamo che l’adesione alla dieta senza glutine riduce il rischio di danno anche a carico degli altri organi, non si può escludere che lo stesso effetto si registri anche per quel che riguarda la salute cerebrale. «Ragion per cui, una volta certi della diagnosi, c’è una ragione in più per rispettare rigorosamente la terapia», conclude Ciacci. A giovarne sarà sicuramente l’intestino. E, chissà, forse anche il cervello.

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