Caldo torrido brucia verdure e angurie

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Con il caldo torrido che sfiora i 40 gradi è allarme colpi di calore e ustioni per frutta e verdura pronte alla raccolta da nord a sud che rischiano così di essere buttate vanificando un anno di lavoro a partire da insalate, peperoni, melanzane e dalle angurie che mostrano già evidenti segni di scottature con sfregi bianchi, intanto il Po è sceso a -3,19 metri sotto lo zero idrometrico al Ponte della Becca (Pavia) e crollano i principali laghi del nord e le riserve nazionali di acqua. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti in riferimento all’ondata di caldo e afa che sta investendo l’Italia da nord a sud con temperature record. E mentre gli agricoltori si preparano a irrigazioni di soccorso per salvare le colture in campo – spiega la Coldiretti – il livello del Po alla confluenza con il Ticino a Pavia ha perso oltre mezzo metro in appena 10 giorni e nel suo delta in Romagna torna l’incubo della risalita del cuneo salino che desertifica le campagne.

Sono gli effetti del grande caldo e dell’assenza di precipitazioni distribuite nel tempo in un 2020 che con un inverno mite e piogge praticamente dimezzate – sottolinea la Coldiretti – si classifica come il secondo semestre più caldo dal 1800 con temperature superiori di 1,1 gradi rispetto alla media. Siamo di fronte – sottolinea la Coldiretti – alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici anche in Italia dove l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma, con una tendenza alla tropicalizzazione che compromette anche le coltivazioni nei campi con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

“In un Paese comunque piovoso come l’Italia che per carenze infrastrutturali trattiene solo l’11% dell’acqua, occorre un cambio di passo nell’attività di prevenzione”, dichiara il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “bisogna evitare di dover costantemente rincorrere l’emergenza con interventi strutturali”. Il primo passo è “la realizzazione di piccole opere di contrasto al rischio idrogeologico, dalla sistemazione e pulizia straordinaria degli argini dei fiumi ai progetti di ingegneria naturalistica, per questo – conclude Prandini – abbiamo ideato ed ingegnerizzato e poi condiviso con Anbi, Terna, Enel, Eni e Cassa Depositi e Prestiti la messa in cantiere di una rete di circa mille laghetti nelle zone di media montagna da realizzare senza cemento e da utilizzare per la raccolta dell’acqua da distribuire in modo razionale in primis ai cittadini, quindi all’industria e all’agricoltura”.