Covid, Greenpeace: con la spesa di un F-35 avremmo potuto allestire più di 3.200 posti in terapia intensiva

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Una fregata FREMM ci costa quanto lo stipendio per un anno di 10.662 medici, per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti letto in terapia intensiva, un sottomarino nucleare di classe Virginia costa come 9.180 ambulanze. 

L’industria bellica viene percepita come una risorsa per l’economia e una necessità per la sua sicurezza: una nuova ricerca dell’unità investigativa di Greenpeace, realizzata dopo il Covid-19, dimostra non solo quanto la spesa militare sia improduttiva ma anche quanto sia necessario investire di più su welfare, istruzione, ambiente per preparare il Pianeta ad affrontare minacce meno visibili ma già in atto. 

L’attuale pandemia, infatti, ha dimostrato con estrema forza che la spesa in armamenti non garantisce la sicurezza e che i tagli alla sanità pubblica, solo per fare un esempio, hanno messo a rischio l’intera popolazione. 

“La nostra ricerca parte da una domanda semplice. Per metterci “al sicuro” ha più senso spendere per l’acquisto di un carro armato o per decine di migliaia di tamponi? Se questi ultimi mesi ci hanno insegnato qualcosa, è che la sicurezza non si raggiunge con la potenza militare. Dovremmo ripensare la spesa pubblica affinché serva la salute e il reale benessere delle persone e del Pianeta”, dichiara Chiara Campione, portavoce della campagna Restart di Greenpeace Italia. Da qui il nome del progetto: le Persone e il Pianeta Prima del Profitto, per “chiedere al Governo italiano di usare i soldi pubblici investendo su salute, educazione, energie rinnovabili, green jobs, agricoltura ecologica, trasporto pubblico e disinvestire dalle spese belliche”, aggiunge. 

Un dato su tutti che rende chiara la necessità di invertire la rotta: mentre gli investimenti militari continuano ad aumentare raggiungendo picchi storici, dal 2010 al 2019 la spesa per la sanità pubblica in Italia è stata ridotta di oltre 37 miliardi di euro mentre per quanto riguarda i fondi all’istruzione, nel 2017 l’Italia si è classificata ultima nella graduatoria dei Paesi europei. 

Oltre che essere miope, pensare che la sicurezza si trovi nelle armi è anche improduttivo: in un momento in cui l’Italia ha bisogno di una grande spinta economica per ripartire, questo è un settore che non frutta né soldi né lavoro. Dei 14 miliardi di fatturato dichiarati nel 2019 da Leonardo S.p.A., azienda italiana che produce armi, solo 25 milioni sono entrati nelle casse dello Stato, che pure ne è l’azionista di maggioranza. Il resto finisce all’estero.

Al contrario, secondo la Global Commission on Adaptation (GCA), creata nel 2018 dall’ex segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon al fine di “prepararsi in modo proattivo, con urgenza, determinazione e lungimiranza agli effetti dirompenti del cambiamento climatico, se i 1.800 miliardi di dollari della spesa militare globale del 2018 venissero investiti in cinque settori chiave per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici, in dieci anni si genererebbe un ritorno economico netto di 7.100 miliardi.


“La ripartenza dopo il Covid può essere un’occasione storica. Il Governo italiano si trova di fronte a un bivio: ripristinare il vecchio sistema economico fondato su attività inquinanti e distruttive o ripartire facendo tutte quelle scelte per consegnare alle future generazioni un Paese più sicuro, verde e pacifico. Riteniamo queste ultime non solo necessarie ma impossibili da rimandare” conclude Chiara Campione.