Francia spaccata sui certificati di verginità, medici divisi

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La Francia si divide sul “certificato di verginità” per le donne. Il governo ne ha annunciato l’abolizione in nome della dignità e dei diritti delle donne, oltre che della parità dei sessi, promettendo anche di punire chi lo emette. I medici però non sono tutti pienamente d’accordo. Riconoscono l’anacronismo e l’insostenibilità della pratica, ma una parte della categoria spiega che in alcuni casi, sempre più rari, rilasciare l’attestato che la ragazza è vergine “può proteggerla” da violenze e molestie.

In applicazione delle misure “antiseparatismo” nella società, una formula dettata dal presidente Emmanuel Macron, il ministro dell’Interno Gerald Darmanin propone di punire penalmente i certificati di verginità, un retaggio del passato: “Alcuni medici osano ancora certificare che una donna è vergine per consentire un matrimonio religioso – ha spiegato Darmanin -, nonostante la condanna di queste pratiche da parte del Consiglio dell’Ordine dei medici. Non soltanto lo vieteremo formalmente, ma ne proporremo la penalizzazione”.

Lo scorso febbraio era stato Macron in persona ad enunciare le grandi linee del progetto di modernizzazione della società: “Nella Repubblica non si possono chiedere certificati di verginità per sposarsi. Nella Repubblica non si deve mai accettare che le leggi della religione siano superiori alle leggi della Repubblica”.

I medici divisi

La netta posizione dell’esecutivo, si sta scontrando, negli ultimi giorni, con quelle di alcuni gruppi di medici.  l governo “sbaglia obiettivo prendendosela con i professionisti della Sanità – denuncia in un comunicato l’Associazione nazionale centri per l’interruzione di gravidanza e la contraccezione – in ogni caso la richiesta di questo certificato è l’occasione di accogliere, valutare la situazione e discutere di queste pratiche con la donna. Questo spazio di parola è utile e deve rimanere possibile. Il divieto non farebbe che negare queste pratiche comunitarie senza farle scomparire”. Di diverso avviso Joelle Belaisch-Allart, presidente del Collegio nazionale ginecologi e ostetrici, che spiega a Le Monde: “Sono casi estremamente rari ma esistono, con più o meno richieste secondo il luogo di esercizio, e si tratta essenzialmente di richieste di origine religiosa. Non c’è alcuna ragione di esigere che la donna arrivi vergine al matrimonio, sono pratiche di altri tempi, una violenze contro le donne che non deve più esistere”. 

Certificati di verginità: cosa dice l’Oms

Nel 2018 Organizzazione mondiale della sanità, insieme a Onu Human Rights e Onu Women, ne aveva già chiesto il bando, spiegando come quella dei test sulla verginità sia una tradizione che dura da molto tempo, documentata in almeno venti paesi dove donne e ragazze sono costrette a sottoporsi all’esame spesso su richiesta dei genitori, di potenziali partner in vista di un possibile matrimonio o di datori di lavoro quale criterio utile per l’idoneità a lavorare. Esecutori sono medici, ufficiali di polizia o leader di comunità e, in alcune regioni, è in uso che gli operatori sanitari eseguano la pratica su vittime di stupro per verificare se la violenza ci sia stata veramente. Ma, come precisato dall’Oms, le tecniche con cui viene eseguito il test non possono provare che il rapporto sessuale ci siano stato o meno, basate come sono sull’idea che l’aspetto dei genitali femminili possa raccontare la storia sessuale della donna. “L’enfasi sulla verginità, termine che non ha alcuna valenza medica, è una forma di discriminazione di genere”, ha rilevato l’Oms, e “non ci sono prove mediche a supporto di una simile tesi” ha ribadito l’IRC (International Rescue Committee), specificando come “l’imene (una membrana mucosa che si estende da un lato all’altro della vagina, ndr) non è un indicatore attendibile per stabilire lo status sessuale” della donna.

“Non solo una violazione dei diritti umani femminili, ma in caso di violenza sessuale, anche causa di ulteriore dolore, perché porta a rivivere l’esperienza”, è la certezza dell’istituto specializzato dell’ONU per la salute, secondo cui molte donne riportano ripercussioni a breve e lungo termine fisici, psicologici e sociali quali ansia, depressione e stress post traumatico, arrivando anche al tentativo di suicidio o al suicidio stesso in nome dell’onore.