Mascherine lavabili, Altroconsumo: promosse dal test!

156

Le mascherine lavabili in tessuto, dette anche mascherine “di comunità”, sono oggetto di grande dibattito, soprattutto da quando il comitato tecnico scientifico del Governo ha suggerito l’uso delle mascherine chirurgiche usa e getta (che sono un dispositivo medico certificato) a scuola. Molti, infatti, le considerano una sottocategoria poco rassicurante di quelle certificate, sebbene ci siano diversi studi che hanno dimostrato come anche le mascherine di tessuto lavabili, se ben concepite, possono essere in grado di proteggere come le mascherine chirurgiche. Uno scetticismo dovuto anche alla mancata definizione di uno standard di qualità riconoscibile dal consumatore in etichetta.

Per capire come stanno le cose Altroconsumo ha svolto un test su 19 mascherine riutilizzabili che rivela buone prestazioni per molte mascherine lavabili presenti sul mercato italiano. Un’ottima notizia per l’ambiente: se per andare a scuola, al lavoro o a fare la spesa, tutti usassero questi prodotti al posto delle mascherine usa e getta si risparmierebbero ogni giorno tonnellate di rifiuti di plastica destinati agli inceneritori e si inquinerebbe meno il pianeta. Inoltre ne beneficerebbero anche le nostre tasche: con un prodotto lavabile, a seconda del numero di lavaggi concessi, è possibile risparmiare anche rispetto ai pacchi da 50-100 mascherine chirurgiche usa e getta.

In laboratorio 19 mascherine in tessuto

L’Associazione di Consumatori Italiana, ha portato in laboratorio 19 mascherine lavabili acquistate in farmacia, online e in altri negozi. Le ha scelte cercando di coprire tutto lo spettro di mascherine che si trovano in vendita sia come tessuti (cotone, poliestere elasticizzato, Tnt…), sia come forme (a becco, con e senza cuciture, con pieghe centrali…), sia come prezzi (la mascherina meno cara del campione costa poco più di due euro, quella più cara quasi dieci).

I prodotti sono stati sottoposti a una serie di prove, sia in laboratorio, sia sottoponendo i prodotti a una giuria di esperti, tra cui le due prove principali utilizzate per certificare le mascherine chirurgiche usa e getta,

In laboratorio è stato verificato:

  • la capacità filtrante, cioè la capacità della mascherina di impedire il passaggio di goccioline microscopiche (del diametro medio di 3 micron);
  • la permeabilità all’aria della mascherina o “respirabilità”, cioè quanto la mascherina permette di respirare agevolmente chi la indossa.

Per quanto riguarda la capacità filtrante, è stata data la sufficienza alle mascherine che bloccano almeno il 70% delle goccioline; un giudizio buono a quelle che filtrano l’80% e ottimo quando la soglia è del 90%, seguendo le indicazioni per le mascherine di comunità del Comitato europeo di normazione Cen. Queste soglie, sebbene leggermente inferiori rispetto alla soglia stabilita per certificare le mascherine chirurgiche (94%), sono ampiamente sufficienti per garantire protezione in un contesto diverso da quello ospedaliero (gli operatori sanitari, infatti, per la natura della situazione e del luogo in cui operano e per il fatto che lavorano a contatto con i malati senza distanziamento hanno bisogno di una protezione maggiore).

Capacità filtrante e respirabilità sono state valutate sia nel prodotto nuovo sia dopo 5 lavaggi: il lavaggio, infatti, potrebbe modificare in qualche modo la struttura del tessuto e non garantire più le stesse prestazioni. Abbiamo scelto questo numero di lavaggi come requisito minimo, spiega Altroconsumo, ma dovrebbe essere il produttore a indicare quante volte il prodotto può essere lavato senza perdere di efficacia.

Gli esperti hanno giudicato:

  • la vestibilità, ovvero la capacità della mascherina di adattarsi bene alle diverse conformazioni del volto. La mascherina deve coprire bene naso, bocca e mento; non lasciare spazi aperti ai lati ma essere anche confortevole;
  • le indicazioni in etichetta, se erano presenti tutte le informazioni di legge, la taglia e se dall’etichetta era chiaro che si trattava di una mascherina di comunità e non per uso medico. Inoltre sono state controllate le informazioni sulle modalità di lavaggio e manutenzione e l’eventuale indicazione del numero di lavaggi garantiti dal produttore. 

I risultati

La qualità di una mascherina è data dal connubio tra la capacità filtrante e la respirabilità. Non è sufficiente che abbia una capacità filtrante superiore, serve anche che sia abbastanza traspirante per permetterci di respirare senza difficoltà. Tra le mascherine analizzate, quelle che sono salite ai primi posti della graduatoria hanno centrato l’obiettivo, garantendo una buona capacità filtrante pur lasciando respirare agevolmente chi le indossa. Alcuni prodotti, invece, pur ottenendo giudizi lusinghieri sulla capacità filtrante, sono stati penalizzati dalla scarsa permeabilità all’aria. Chi li indossa sarà portato a respirare dalle fughe o ad adottare altri stratagemmi per evitare il disagio, minandone l’efficacia. L’aria passa dalle fughe laterali o accanto al naso senza essere filtrata oppure se ci si sente affaticati si tende a toccare la mascherina, abbassarla, indossarla male non aderente o addirittura sotto il naso. 

Non esistono a priori materiali più o meno efficaci: le performance dipendono dalla compattezza del tessuto, dal numero di strati sovrapposti e da alcuni dettagli costruttivi.

In generale, anche dopo il lavaggio le prestazioni sono mantenute, con valori di efficienza di filtrazione che si abbassano di poco o pochissimo: in oltre la metà dei prodotti la riduzione di filtrazione è inferiore a 2 punti percentuali. Nel campione ci sono prodotti che garantiscono un elevato numero di lavaggi, il che è un vantaggio anche in termini di produzione di rifiuti. Sono stati trovati diversi prodotti, anche economici, che garantiscono almeno 30 lavaggi: possono essere utilizzati per un mese intero lavandoli tutti i giorni.

Per quanto riguarda l’etichetta, tutti i prodotti sono adeguati e rispettosi delle norme e non ci sono indicazioni fuorvianti per il consumatore. Tuttavia l’etichetta dice molto poco sull’efficacia del prodotto, perché non esiste in Italia uno standard di qualità con un logo riconoscibile per questo tipo di mascherine.

A volte l’etichetta è troppo minimale: sulla frequenza di lavaggio, per esempio, in un solo caso abbiamo trovato delle indicazioni esaustive. Le temperature di lavaggio consigliate sono molto variabili, così come la possibilità o meno di candeggiare e stirare.

Sarebbe utile anche una indicazione chiara sulla taglia: purtroppo viene spesso indicata semplicemente come “unica” o come “adulto” o “donna”. Per le mascherine in cotone non elastico o in Tnt, dove a garantire la vestibilità sono le pieghe  e la dimensione, sarebbe opportuno indicare la taglia e possibilmente farne di taglie differenti.

Mascherine lavabili: promosse ma servono regole

Sul mercato italiano ci sono mascherine lavabili di comunità che offrono prestazioni buone se non addirittura ottime che, se fossero maggiormente utilizzate e consigliate, permetterebbero di porre un freno all’aumento esponenziale dei rifiuti causati dalle mascherine usa e getta, garantendo comunque un’adeguata protezione.

Tuttavia è necessario un nuovo inquadramento per questi prodotti, perché oggi i cittadini sono in balìa di un mercato poco chiaro in cui si trova di tutto e non ci sono indicazioni in etichetta. Altroconsumo ha segnalato con una lettera al al ministro Speranza e al presidente dell’Istituto superiore di sanità Brusaferro chiedendo che il Governo introduca requisiti minimi di efficacia anche per le mascherine “di comunità” lavabili e riutilizzabili, che garantiscano ai cittadini una buona capacità di filtrazione e di respirabilità. E che questi requisiti siano facilmente identificabili grazie a un logo univoco da stampare in etichetta, in linea con quanto accaduto in altri Paesi europei.