Biologico: Cia, investire su digitale per centrare obiettivi Green Deal

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Il mondo agricolo vuole essere protagonista nella sfida della transizione verde, ma questo significa fornire alle imprese tutti gli strumenti necessari per continuare a produrre in maniera competitiva, contrastare i cambiamenti climatici così come nuovi parassiti e malattie, difendere l’ambiente, rispondere alle richieste dei consumatori. Per questo “è necessario investire sul progresso scientifico e tecnologico – ha dichiarato il presidente di Cia, Dino Scanavinocostruendo con il governo un Recovery Plan italiano in cui ci sia spazio adeguato e fondi dedicati sia alla crescita dell’agricoltura 4.0 che al consolidamento e trasferimento delle nuove tecniche di biocontrollo alle aziende del settore”.

Ad oggi, l’utilizzo nei campi di apparecchi elettronici come computer, smartphone e tablet supera di poco il 33%. E’ chiaro, quindi, che per far fronte alle sfide green al 2030 bisogna cominciare a investire seriamente sullo sviluppo estensivo dell’agricoltura digitale in Italia, con l’obiettivo di rendere sempre più resilienti i produttori nazionali, avendo a disposizione tecnologie di ultima generazione per migliorare le rese e la sostenibilità delle coltivazioni, razionalizzare le risorse, ridurre tempi e costi, raccogliere e analizzare dati sul processo produttivo, ottimizzare l’efficienza della catena distributiva e tracciare le filiere.

D’altra parte, il percorso è già iniziato, con l’agricoltura hi-tech tricolore in crescita costante: una nicchia che vale quasi 500 milioni di euro, con strumenti sempre più innovativi. Secondo l’Osservatorio Smart Agrifood, infatti, il 39% delle soluzioni sul mercato riguarda sistemi di monitoraggio e controllo di mezzi e attrezzature; il 20% sono software gestionali aziendali; il 14% macchinari connessi; il 10% sistemi di monitoraggio da remoto di coltivazioni e terreni; il 9% sistemi di mappatura dei terreni.

Ugualmente fondamentale, per rispondere ai requisiti fissati dall’Ue sulla riduzione del 50% in 10 anni dell’uso e del rischio complessivo dei fitosanitari, è poi sviluppare e diffondere nelle aree agricole del Paese le tecnologie di biocontrollo, in quanto soluzioni di origine naturale. Una categoria di prodotti che comprende microrganismi (funghi, batteri, lieviti), macrorganismi (insetti, acari, nematodi), feromoni, sostanze naturali (estratti, minerali e coadiuvanti) che attualmente valgono circa l’8% del mercato dei mezzi tecnici per la protezione delle piante da organismi nocivi e malattie.

“Occorre dotare gli agricoltori di una toolbox dedicata, una cassetta degli attrezzi per la difesa sostenibile delle colture -ha spiegato il presidente di IBMA Italia, Giacomo De Maio– introducendo nuove tecniche e, in particolare, prodotti a minor impatto, tenuto conto del fatto che delle circa 1.000 sostanze attive disponibili a livello Ue all’inizio degli anni 90, ne sono rimaste, perché non ritirate dal mercato, meno di 500. Per il biocontrollo, che utilizza microrganismi o derivati, vanno previsti, poi, iter ed expertise ad hoc”.

Non si tratta, infatti, di sostituire semplicemente un prodotto fitosanitario con un altro, ma di intervenire su processi e metodi in chiave bio. Questo richiede un forte impegno in termini d’informazione, formazione e supporto tecnico alle imprese agricole, ecco perché “con IBMA Italia, stiamo accelerando per diffondere la conoscenza dei prodotti e delle tecniche di biocontrollo tra agricoltori e tecnici, su tutto il territorio –ha sottolineato il presidente di Anabio-Cia, Federico Marchini-. Inoltre, proprio perché la sfida è l’ulteriore sviluppo dell’agricoltura biologica e della produzione integrata, che valgono in Italia oltre 3 miliardi di euro e sfiorano i 2 milioni di ettari coltivati, stiamo lavorando per attivare, con aziende pilota, la sperimentazione e la validazione di protocolli di difesa fitosanitaria a basso impatto”.