Influencer e integratori, troppe informazioni ingannevoli: La denuncia di Altroconsumo all’Antitrust

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Non si tratta solo di messaggi pubblicitari mascherati da consigli disinteressati. Su integratori e tisane molti influencer diffondono informazioni ingannevoli, che possono indurre a comportamenti dannosi per la salute. La denuncia di Altroconsumo all’Antitrust.

Pubblicità mascherata e messaggi ingannevoli. Il mondo dei social media si conferma il regno delle pratiche commerciali scorrette. Troppi influencer (su Instagram, Facebook, YouTube, TikTok…) nascondono le finalità pubblicitarie dei contenuti che mettono in rete attraverso post, storie, video, balletti e reels. Informazioni che hanno l’aria di essere spontanee e sincere, ma che in realtà sono “spintanee” e prezzolate.

Presentano prodotti e servizi in un contesto di vita normale, manifestano il loro apprezzamento come se stessero dando consigli da amici o da esperti indipendenti, sfruttando così la fiducia dei follower. Nell’ambito di un progetto finanziato dalla Commissione europea (programma per la tutela dei consumatori 2014-2020), L’associazione dei consumatori Altroconsumo è andata alla ricerca dei casi di pubblicità non trasparente od occulta degli influencer che, principalmente su Instagram, promuovono integratori alimentari: pillole, capsule, bevande, sostituti del pasto, ma anche tè e tisane.

Si tratta di un settore molto delicato, in cui la correttezza dell’informazione non incrocia solo gli aspetti relativi alla trasparenza del messaggio pubblicitario, ma anche quelli che riguardano la salute delle persone, dal momento che possono indurre a comportamenti alimentari sbagliati. Altroconsumo ha scoperto decine di esempi deplorevoli del tenore che segue: «Avete bisogno di un dimagrante ultra potente e termogenico brucia grassi? Io vi consiglio di provare questo prodotto di @herbamour.it. AZIONE: agisce come riduttore di appetito. Stimola il metabolismo ed elimina il senso di fame inoltre supporta l’azione anti-fame con effetti diuretici…100% naturale».

Così scrive in un suo post una influencer a proposito dell’integratore Fame Block. Si tratta di informazioni menzognere, riportate anche nel sito web del produttore, dove si legge persino di peggio: «Questo potente blocca fame incrementa il consumo da parte del corpo di zuccheri e grassi anche senza attività fisica». Inoltre, ammiccando all’infondata credenza che tutto ciò che è “naturale” sia per forza migliore o più sicuro, si denigrano i farmaci: «Cerchiamo da sempre un’alternativa ai prodotti chimici dannosi dell’industria farmaceutica».

Le aziende puntano sui piccoli influencer

Nella maggior parte dei casi i produttori di integratori scelgono i cosiddetti “nanoinfluencer”. Sono infatti i profili con meno di 10mila follower ad avere maggiore presa in termini di condivisioni, commenti, like e interazioni da parte di singoli utenti. A differenza delle celebrità, che hanno milioni di follower, i piccoli influencer riescono a esercitare un ascendente più forte nei confronti dei propri seguaci e sanno creare intorno a sé una comunità più fedele e coesa. Questo perché interagiscono più direttamente con gli utenti, dai quali sono percepiti come persone reali e vicine, non icone alla Chiara Ferragni e Kylie Jenner, che, per quanto ammirate e seguite, appaiono irraggiungibili. Insomma, meglio puntare sui profili maggiormente in linea con i valori e con i messaggi del brand, piuttosto che su quelli con un bacino d’utenza amplissimo, ai quali bisogna pagare compensi salatissimi, ma che poi non garantiscono un ritorno economico. 

Ci si nasconde dietro gli “hashtag della trasparenza”

L’opera di moral suasion dell’Antritrust è continuata nel 2018. Ha funzionato? A giudicare dal monitoraggio condotto per tutto il 2019 sui social dalla piattaforma Buzzoole, il messaggio è stato recepito solo da una piccola minoranza. I più pratici di questi hashtag sono gli influencer di moda, anche se sono ancora pochi: compaiono nel 29,9% dei post. Negli altri settori, eccetto i prodotti per la cura del corpo e gli accessori, si scende vertiginosamente sotto il 10%. Si tratta però di numeri fin troppo ottimistici, perché considerano come trasparenti anche i post che recano hashtag che così chiari non sono, tipo #ad o #adv. Che guarda caso sono la soluzione di gran lunga preferita. Quanti utenti sanno che queste abbreviazioni stanno per advertising, e che advertising sta per pubblicità? Insomma, non si possono considerare trasparenti informazioni che l’utente non sa come decifrare. Quanto agli influencer che pubblicizzano gli integratori di Herbamour e Tummy Tox, molti non usano neppure gli hashtag pseudo-trasparenti. Non li usano del tutto! Contravvenendo così sia alle leggi in materia di pubblicità sia alle raccomandazioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.