Coronavirus: La seconda ondata travolge la Toscana

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La Toscana diventa zona rossa dal 15 novembre. Il verdetto del comitato tecnico scientifico del governo arriva nel primo pomeriggio. Nella sede della regione toscana sarebbe una giornata di lavoro frenetico ma più serena rispetto alle settimane scorse: i dati sono in lento e faticoso miglioramento. Mancano pochi minuti alle tre quando al governatore Eugenio Giani arriva la telefonata del ministro della Salute Roberto Speranza: lo coglie di sorpresa, lo amareggia. Quasi quasi suona come una condanna per la gestione dell’emergenza sanitaria in Toscana, da appena due giorni in arancione. Come se lo stesso modello, capace di fare diga al dilagare del contagio al di qua degli Apppenini nella prima ondata, stavolta avesse fallito. Ma oggi si arriva al lockdown per moltiplicazione di una lunga teoria di errori: bisognava trovare il coraggio per chiudere prima.

La zona rossa è stata decretata su un indice di trasmissione, calcolato sui casi sintomatici, di 1.8 (il più alto d’Italia). Ora è sceso, ma era stato anche superiore nelle settimane precedenti. La zona rossa è stata decisa sulla base di un’occupazione di posti letto che aveva superato le soglie di rischio del 30% (la Toscana era al 41%) delle terapie intensive e del 40% nei reparti Covid, ma ora la capacità ricettiva è stata implementata. E il numero dei ricoveri ha cominciato a diminuire, rispetto alla media di 70 al giorno della settimana fra il 2 e l’8 novembre: ieri 12 in più rispetto al giorno precedente per un complessivo numero di 1.921 di cui 265 in terapia intensiva (9 in più rispetto alle 24 ore precedenti). La zona rossa oggi non consentirà di frenare l’ondata di decessi (ieri il nuovo record di 55 morti in Toscana) né di ospedalizzazioni che si vedranno nelle prossime settimane, che sono il risultato di ciò che è avvenuto nelle settimane scorse.

Serviva più coraggio? Bisognava andare contro la piazza? Si doveva scegliere se morire di Covid o morire di fame? La decisione di ieri è quantomeno intempestiva. Se il 17 ottobre il direttore dell’Osservatorio epidemiologico dell’Agenzia regionale di sanità, Fabio Voller, chiedeva a tutta voce, nel suo report, di istituire zone rosse nelle zone dove il contagio stava correndo di più. L’epidemia aveva cominciato a crescere esponenzialmente già dal 4 ottobre, raddoppiando ogni settimana il numero dei contagi e l’occupazione dei posti letto. Perché nessuno ha dato ascolto a Voller quando ripeteva che non avrebbe mai voluto essere costretto a dire dopo “noi ve l’avevamo detto”?

Oggi la politica regionale, il governatore Eugenio Giani, chiede il conto al governo: pretende, anche legittimamente, spiegazioni. Non come avevano fatto altre Regioni all’alba dell’Italia a colori, solo per alzare il livello dello scontro politico, ma perché effettivamente bisognerebbe decidere di chiudere la stalla prima di ritrovarsi con i buoi al pascolo. Ma c’è anche qualcuno che, altrettanto legittimamente, domanda a Giani perché non sia stato lui, il primo, almeno due settimane fa al più tardi, ad alzare la mano per dire che l’epidemia in Toscana era fuori controllo. Perché c’è stato un momento in cui l’epidemia ha fatto tremare i tecnici del sistema sanitario toscano. C’è stato un momento in cui anche i medici hanno implorato lo stop. In quel momento si doveva intervenire.