Greenpeace: recupero delle balle nel Santuario dei Cetacei, servono velocità e trasparenza

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A pochi giorni dall’aggiornamento diffuso dal Ministero dell’Ambiente sulle operazioni di recupero delle balle di rifiuti in plastica, secondo il quale oltre al recupero di molte balle sono state già individuate gran parte delle restanti ventiquattro ancora disperse da oltre cinque anni nel Golfo di Follonica (Livorno), Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace dichiara:

“La nostra organizzazione si complimenta con tutti gli attori coinvolti per quanto fatto finora e chiede che sia resa pubblica una tempistica breve e certa relativa al recupero delle balle già individuate sui fondali. D’altra parte, considerando il numero di enti, uomini e mezzi coinvolti è lecito aspettarsi che ciò avvenga nel più breve tempo possibile visto che siamo nelle acque del Santuario dei Cetacei, un’area marina che merita di essere realmente tutelata. Nell’ottica della massima trasparenza chiediamo che siano resi pubblici al più presto i costi sostenuti finora dalla Pubblica amministrazione, i dati relativi alla caratterizzazione chimico—fisica delle balle recuperate a partire dallo scorso agosto e le altre analisi ambientali che possano escludere eventuali sversamenti di microplastiche e reflui dalle balle oltre a possibili danni all’ecosistema marino”.

Lo scorso luglio, grazie anche alla pressione di Greenpeace, il governo aveva dichiarato lo stato di emergenza nazionale affidando alla Protezione civile l’incarico di procedere all’individuazione e recupero delle balle di rifiuti in plastica nel canale di Piombino. Le operazioni condotte finora hanno visto il coinvolgimento di numerosi enti pubblici come Marina Militare, Guardia Costiera, ISPRA e CNR. Greenpeace nei mesi scorsi aveva pubblicato l’inchiesta “Un santuario di balle”, per fare luce sulle responsabilità dell’accaduto e presentato anche un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale nei confronti della Regione Toscana che, all’epoca dei fatti, aveva in mano una fidejussione di quasi tre milioni di euro a garanzia dei possibili danni ambientali intercorsi durante le operazioni di trasporto. Quei soldi potevano essere utilizzati per recuperare il carico disperso ma sono stati restituiti.