One Planet Summit: l’Italia preme per l’obiettivo del 30% ma 200 ONG denunciano una possibile catastrofe

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French President Emmanuel Macron delivers a speech during the 'Tech for Planet' event at the 'Station F' start-up campus ahead of the One Planet Summit in Paris on December 11, 2017. / AFP PHOTO / POOL / PHILIPPE WOJAZER (Photo credit should read PHILIPPE WOJAZER/AFP/Getty Images)

Il One Planet Summit, organizzato in Francia e presieduto da Emmanuel Macron, è stato presentato come il vertice in cui “i decisori politici e gli attori economici del mondo intero si sono riuniti per intervenire contro la perdita di biodiversità”. 

Sembra però essere servito principalmente a sancire la volontà di monetizzare la natura – attraverso soluzioni basate sulla natura, come le compensazioni di carbonio – e ad annunciare l’adesione di circa 50 paesi, tra cui l’Italia, alla “High Ambition Coalition for Nature and People” che promuove l’obiettivo disastroso di trasformare il 30% della Terra in “Aree Protette” entro il 2030. 

Nel suo intervento al Vertice, il Premier Conte ha annunciato che, nell’anno della Presidenza italiana del G20, l’Italia promuoverà l’adesione al target del 30% a livello globale in occasione della COP 15 (Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica).

Secondo Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni, l’obiettivo del 30% è una grande bugia verde che rischia di distruggere la vita di circa 300 milioni di persone – molte delle quali indigeni – e non salverà il pianeta.  

In molte parti del pianeta, le “Aree Protette” sono luoghi in cui alle persone che vi abitavano viene proibito di viverci, di utilizzare la natura per nutrire le proprie famiglie, di raccogliere le piante medicinali per curarsi e di visitare i luoghi sacri. Quando lo fanno, vengono picchiate, torturate e talvolta persino uccise. 

In tutto il mondo, i popoli indigeni si stanno opponendo in modo sempre più forte a questo modello di conservazione detto “fortezza”, che porta inevitabilmente con sé violazioni dei diritti umani, sfratti e accaparramenti di terra proprio a spese dei migliori custodi della natura . Numerosi e schiaccianti evidenze scientifiche dimostrano infatti che i popoli indigeni hanno storicamente avuto e continuano ad avere tutt’oggi un ruolo fondamentale nel contribuire alla conservazione della natura. Non è un caso che nei loro territori sia presente l’80% della biodiversità mondiale, anche se gli indigeni rappresentano solo il 5% della popolazione mondiale.

Recentemente, alcuni rappresentanti e attivisti indigeni hanno potuto esprimere la loro contrarietà alla proposta del 30% e al modello della conservazione-fortezza nel corso di una conferenza straordinaria ospitata da alcuni Europarlamentari. 

“Lo sfratto di comunità indigene nel nome delle aree protette sta diventando un fenomeno diffuso a livello globale” ha denunciato nel suo intervento Pranab Doley, attivista indigeno del popolo Mising, da Kaziranga in India. “La storia della conservazione è costellata dalla colonizzazione e dall’appropriazione dei nostri sforzi di protezione della natura. Il nostro lavoro deve essere riconosciuto… Abbiamo bisogno che la gente si unisca a noi per far arrivare la nostra voce perchè noi siamo quelli che vengono picchiati, torturati e assassinati nel nome della protezione della natura.

Survival International sta facendo pressione affinché i popoli indigeni siano messi al centro del movimento per la conservazione della natura e per garantire che non siano loro a dover pagare il prezzo di questo tipo di progetti. 
 
“Il governo italiano e i leader mondiali non capiscono fino a che punto questi progetti siano distruttivi per i popoli indigeni che abitano e gestiscono le cosiddette ‘terre selvagge’ da generazioni; dovrebbero essere loro a guidare la conservazione della natura e invece ne sono le vittime” ha dichiarato il Direttore generale di Survival International, Stephen Corry . “Non si rendono conto di quanto sia arrogante e razzista credere che ‘noi’ troveremo un modo migliore per gestire quei territori unici. L’obiettivo del 30% non concorda nemmeno con la scienza, che ormai nell’ultimo decennio ha dimostrato chiaramente che riconoscere i diritti territoriali dei popoli indigeni è essenziale per la conservazione della biodiversità.”