Smart working, arriva il bonus spese per chi lavora da casa

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A febbraio potrebbe finire lo stato d’emergenza decretato per far fronte al coronavirus, anche se un’ulteriore proroga non è assolutamente da escludere. Potrebbero di conseguenza cambiare anche le regole per lo smart working. Non più automatico con accordi tra imprese e sindacati, ma con la necessità di un accordo obbligatorio con il dipendente.

In questi giorni è spuntata l’ipotesi di un piano per introdurre uno smart working semplificato. Come funzionerà? L’obiettivo è quello di studiare soluzioni alternative (bonus e rimborsi spese) per compensare le entrate in busta paga ridotte legate agli straordinari e ai buoni pasto di cui chi lavora da casa non usufruisce.

A riportare l’indiscrezione è Repubblica. Se buoni pasto e straordinari si adattano a un lavoro con un orario rigido, per chi lavora prevalentemente in modalità agile si può pensare a un rimborso forfettizzato delle utenze, o a un pacchetto welfare che tenga conto di guadagni e perdite e garantisca al lavoratore benefici di altro tipo rispetto a quelli dei salari standard. Molti lavoratori sono stati infatti finora abituati ad implementare lo stipendio mensile in busta paga con straordinari e buoni pasto. Due incentivi che però, per loro natura, mal si adattano allo smartworking.

Come è possibile verificare e calcolare gli straordinari per chi lavora da casa? Ancora più difficile concepire quanto spetta di buoni pasto.

Si starebbe dunque valutando l’ipotesi di introdurre un rimborso forfettario delle spese per chi lavora da casa che comprenda innanzitutto le utenze domestiche (come luce e connessione internet). Altra questione ritenuta critica è quella degli straordinari: nella pubblica amministrazione sono ritenuti difficili da calcolare con lo smart working, quindi si pagano solamente in caso di lavoro in una giornata non lavorativa, come domenica e festivi. Nel privato esistono i forfait, ma nel pubblico serve l’effettivo svolgimento della prestazione, il che rende difficile introdurre questo meccanismo nel lavoro agile, più votato agli obiettivi.

“Nel privato si può risolvere con gli straordinari forfettizzati, ma nel pubblico vengono pagati solo a fronte dello svolgimento effettivo della prestazione – conferma Ilario Alvino, professore di diritto del lavoro all’Università La Sapienza –. Di regola però gli straordinari sono poco coerenti con il lavoro agile, dal momento che si lavora per obiettivi”. A questo si aggiunge un’altra questione, quella dell’indennità di turno, che nella Pubblica amministrazione vale in media 200 euro. L’ipotesi ritenuta più facilmente percorribile dai sindacati è quella di un rimborso forfettario delle spese, che possa scavalcare questi ostacoli garantendo comunque un rimborso aggiuntivo ai lavoratori.

“Molti lavoratori percepiscono anche l’indennità di turno – sottolinea Florindo Oliverio, segretario Fp Cgil –, anche questa incompatibile con lo smart working: nei salari della Pa vale in media 200 euro. I buoni pasto valgono circa 160 euro al mese. Se si considerano anche gli straordinari, si capisce perché ci sono stati lavoratori che avrebbero avuto diritto a continuare a lavorare in smart working da settembre, e che hanno chiesto una certificazione speciale di buona salute pur di tornare in ufficio: non si potevano permettere uno stipendio decurtato”.

Lo smart working nella Pa è attualmente regolato dalle disposizioni contenuto nel Dm 19 ottobre 2020 in materia di lavoro agile nelle Pa. Tramite un decreto ministeriale pubblicato il giovedì 31 dicembre, in Gazzetta Ufficiale, Fabiana Dadone, la ministra per la Pubblica amministrazione, ha prorogato fino al 31 gennaio prossimo le misure.