Vaccino Covid, allarme di Gimbe sulle dosi: cosa sta accadendo

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Secondo la Fondazione Gimbe, che effettua un monitoraggio indipendente della situazione epidemiologica dall’inizio dell’emergenza coronavirus in Italia, entro fine aprile “solo il 14% della popolazione” potrà completare il ciclo di due dosi del vaccino anti Covid. Si tratta di poco più di 8 milioni di persone.

“Oltre ai ritardi consegna da parte di Pfizer, AstraZeneca ha comunicato alla Commissione europea una riduzione fino al 60% nel primo trimestre della fornitura, mentre CureVac non potrà consegnare entro marzo i 2 milioni di dosi previste perché lo studio di fase 3 è stato avviato solo il 14 dicembre”, ha spiegato Renata Gili di Gimbe al Corriere della Sera.

Per questo la Fondazione prevede un grosso ritardo nella campagna di profilassi, che potrebbe essere ulteriormente esteso se il vaccino AstraZeneca non dovesse raggiungere i requisiti di sicurezza nella popolazione con età superiore a 55 anni, “con conseguente necessità di rivedere le priorità del piano vaccinale”.

“Occorrerà una notevole reattività della macchina organizzativa, visto che la maggior parte delle dosi non arriverà prima di metà febbraio”, ha specificato il presidente Nino Cartabellotta, come riporta il Corriere della Sera.

Vaccino anti Covid, Gimbe: 350.548 dosi a personale non sanitario

Il report della Fondazione Gimbe rileva grosse differenze a livello regionale nella distribuzione dei vaccini. Al 27 gennaio hanno completato il ciclo vaccinale con la seconda dose 270.269 in Italia, ovvero lo 0,45% della popolazione totale. Le percentuali territoriali vanno dallo 0,16% della Calabria allo 0,70% della popolazione nel Lazio, regione prima in classifica.

Le analisi indipendenti rilevano che sarebbero state somministrate 350.548 dosi a “personale non sanitario“, con picchi del 51% delle dosi in Lombardia. Come ha spiegato il presidente della Fondazione Gimbe al Corriere della Sera, un atto “essenziale per il funzionamento di ospedali e altre strutture sanitarie”. Tuttavia, viene sottolineato, “le dosi previste non sono sufficienti per coprire anche tutti i professionisti sanitari che non lavorano nelle strutture pubbliche”.

“Con i continui ribassi delle forniture e da minaccia delle nuove varianti, è fondamentale che i vaccini disponibili siano utilizzati per proteggere chi lavora in prima linea con i pazienti e le persone più fragili, come previsto dal piano vaccinale. Un obiettivo che, a un mese dall’avvio della campagna, è già stato parzialmente disatteso con inaccettabili diseguaglianze regionali, agevolate dall’assenza di un’anagrafe vaccinale nazionale”, ha spiegato.