Covid, i possibili effetti sulla quarantena della variante inglese: i risultati dello studio

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L’Istituto superiore di sanità ha calcolato una prevalenza della variante inglese del coronavirus sul suolo italiano di circa il 18% sui casi di Covid-19, con una tendenza a diventare sempre più predominante col passare del tempo. Dai dati raccolti è stata stimata per questo ceppo una capacità di diffusione di circa il 50% superiore, percentuale alla base delle preoccupazioni di esperti e governo sull’evoluzione della curva e sulle relative misure da intraprendere. Secondo uno studio dell’Università di Harvard, citato dal Corriere della sera, la causa della maggiore contagiosità della variante inglese sarebbe una maggiore durata dell’infezione.

Covid, perché la variante inglese è più contagiosa: i risultati dello studio

Nella loro ricerca gli studiosi americani hanno misurato le infezioni da Covid-19, la loro durata e l’intensità di spargimento virale durante la fase acuta, confrontando i risultati della variante inglese B.1.1.7, con il ceppo originario di Sars-CoV-2.

Analizzando i tamponi di un gruppo di 65 soggetti infetti, hanno rilevato che per i sette individui interessati dalla variante inglese la durata media della fase di proliferazione era di 5,3 giorni, la durata media della fase di eliminazione era di 8,0 giorni e la durata media totale dell’infezione (proliferazione più eliminazione) è stata di 13,3 giorni, con picco di 16,5.

Tempistiche superiori rispetto ai casi del ceppo “base”: per gli altri pazienti infatti la fase di proliferazione media era di 2,0 giorni, quella di eliminazione media di 6,2 giorni e la durata media dell’infezione di 8,2 giorni, con un massino di 9,7.

Covid, perché la variante inglese è più contagiosa: le conseguenze sulla quarantena

Questa scoperta potrebbe portare delle conseguenze sulla lunghezza della quarantena. Dai primi studi era stato ipotizzato che la variante inglese fosse più contagiosa a causa di una maggiore carica virale, la quale nello studio di Harvard è invece risultata quasi pari al ceppo originario. Il motivo della maggiore diffusione potrebbe quindi essere ricondotto a una maggiore durata dell’infezione.

Una possibilità che implicherebbe che le persone considerate ad oggi guarite dal Covid-19 al termine del periodo di isolamento, una volta tornate alla vita normale potrebbero invece continuare ad essere contagiose.

In Italia, come in altri Paesi al mondo, la quarantena termina dopo 10 giorni con test molecolare risultato negativo al coronavirus. In caso di contatti stretti asintomatici la quarantena può durare 14 giorni, ma essere conclusa senza conferma da tampone.

La Francia ha dimezzato da tempo da quattordici a sette giorni la durata dell’isolamento per chi è risultato positivo al coronavirus e per chi è entrato in contatto con un soggetto infetto. A luglio negli Stati Uniti i Cdc (Centres for Disease and Prevention) hanno stabilito una quarantena di 10 giorni dall’inizio dei sintomi, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda almeno tre giorni senza sintomi e, per gli asintomatici, un isolamento precauzionale di dieci giorni dopo il tampone positivo. Parametri che, se questo studio venisse confermato, potrebbero venire messi in discussione alla luce di una maggiore diffusione della variante inglese.