Sono saporiti e piacevoli al palato, veloci da preparare e si conservano a lungo. Senza dubbio sono molti gli aspetti positivi dei cosiddetti “cibi ultraprocessati”, ossia alimenti confezionati e pronti per essere riscaldati o consumati direttamente, frutto di ripetute lavorazioni industriali. Tuttavia assumerne troppi può creare problemi per la salute e aumentare il rischio di tumore del colon anche del 30 per cento circa.

Un recente studio, pubblicato su Neurology, sembrerebbe individuare un legame tra l’alto consumo di alimenti ultra-processati e l’insorgere della demenza in persone di mezza età. Un’ulteriore ricerca ha evidenziato che le donne incinta che consumano grandi quantità di cibo ultra-processato avrebbero il 25% di possibilità in più di avere figli obesi.

L’ipotesi – ancora da dimostrare – è che la cattiva alimentazione materna possa alterare i geni regolatori della crescita, del bilancio energetico e dell’insulino-resistenza. Quel che invece non sembra essere del tutto chiaro è come distinguere questi cibi dagli altri. In altre parole, quali sono esattamente gli alimenti ultra-processati?

Come riconoscere il cibo “ultra-processato”

I nutrizionisti dividono generalmente il cibo in tre categorie, in base al livello di elaborazione che hanno subito. Della prima categoria fanno parte alimenti come frutta e verdura fresca, che conservano la forma originaria anche al momento della vendita.

Ci sono poi cibi “trasformati”, che subiscono un solo livello di lavorazione – come ad esempio la salatura – o vengono semplicemente modificati nella forma, come le salse.

Infine, troviamo gli alimenti ultra-processati, che hanno subito diversi fasi di elaborazione e sono generalmente carichi di grassi extra e conservanti. Durante la lavorazione degli alimenti vengono infatti aggiunti o alterati gli ingredienti grezzi, come zucchero o sale, ma anche sostanze chimiche come coloranti, additivi, antiossidanti e stabilizzanti.

Surgelati, piatti pronti, gelati confezionati, insaccati, cerali, biscotti industriali, patatine in scatola, pollo fritto e ketchup sono solo alcuni degli esempi di cibo ultra-processato più apprezzati dai consumatori.

Un recente studio, pubblicato su Neurology, sembrerebbe individuare un legame tra l’alto consumo di questi alimenti e l’insorgere della demenza in persone di mezza età.

Come spiegato dal professor Gunter Kuhnle, nutrizionista presso l’Università di Reading, non sempre è possibile riconoscere con certezza un alimento ultra-processato. “Il pane e i prodotti a base di carne sono spesso classificati come ultra-lavorati, ma ciò spesso sbagliato”. In linea di massima possiamo considerare ultra-processati gli alimenti (non freschi) a basso costo e presentati come “pronti per il consumo.

Inoltre, nei processi di lavorazione o riscaldamento si possono generare sostanze potenzialmente cancerogene, come nitrosamine o acrilamide.

I potenziali meccanismi alla base del rischio associato al consumo di cibi ultraprocessati sono dunque numerosi, e ancora in gran parte da scoprire. Tuttavia le osservazioni epidemiologiche oggi disponibili bastano a confermare che questi alimenti rappresentano una minaccia per la salute quando diventano la colonna portante dell’alimentazione quotidiana.